Fischio, esplosione, scossa, boato | Racconto di Paolo Battaglino

Fischio – esplosione – scossa – boato. E di nuovo fischio – esplosione – scossa – boato. A ripetizione. Metafora perfetta di un sistema sociale, individuale, di azioni o di pensieri. Rompere questa circolarità non è facile, se solo quel sibilo che attraversa rapidamente l’etere, quel suono che si crea grazie all’aria che si inserisce in una cavità, potesse espandersi in una diversa soluzione. Invece l’abitudine prende il sopravvento e dopo il boato tutto torna alla normalità.

Un racconto, quello di Paolo Battaglino, che rompe lo schema del narrare qualcosa di logico, che sfata quel dichiarato “tutto ha un suo perché”, perché a volte i fatti della vita non hanno una motivazione intrinseca ma semplicemente accadono; questa storia è un fischio che richiama l’attenzione, o una riflessione, sul senso/non senso della realtà.
Buona lettura.

FISCHIO, ESPLOSIONE, SCOSSA, BOATO

Il 52esimo reggimento artiglieria campale semovente (motto “Domini et Domo”) aveva deciso di attaccare Caprarru mentre Andrea mangiava un panino. Il fischio della pallottola, sparato dagli M109 su alla collina 126, precedeva l’impatto sull’isola a largo di Capo Teulada.
Fischio.

La pallottola colpiva la spiaggia e apriva un festone di terra, sabbia e terriccio. Andrea addentava il pane e salame, chiedendosi perché bombardare un’isola così bella.
Fischio, esplosione.

I festoni di terra precedevano il movimento della panca, la scossa che faceva sobbalzare Andrea e gli altri. Andrea si ricordava di avere un cuore, una pompa elettro-meccanica battente, disturbata nel ritmo, come gli capitava in discoteca, dai rumori gravi e intensi. Se l’artigliere su alla 126 avesse puntato male l’obice e li avesse colpiti, nessuno di loro si sarebbe accorto di morire.
Fischio, esplosione, scossa.

Da ultimo veniva il boato, quattro secondi dopo l’impatto sull’isola deserta.
Fischio, esplosione, scossa, boato.

Andrea bevve un sorso d’acqua dal tetrapak. Tutto era cominciato quando aveva chiesto se sarebbe partito militare. L’idea era presentarsi in caserma, su Corso Turati a Torino, per chiedere appuntamento con il colonnello. «Poniamo che io non voglia partire perché per me, finito Medicina, vuol dire perdere un anno e piuttosto vado in Croce Rossa.»
Il colonnello De Marchi, aggrottata la fronte (un cartone da fisarmonica compresso) a quella spavalderia, aveva risposto «Orvieto eh,» e aveva pigiato i tasti giusti sulla tastiera del computer. «Nato a Carmagnola? Residente in via Montebello…»
«Esatto, sono io.»
Il colonnello, atteso qualche istante, aveva sorriso (la fisarmonica aveva preso aria e la fronte era bella distesa).
«Parte, parte.»

Poi c’era stato il concorso di Specialità (quello, se vinto, avrebbe potuto dilazionare la partenza) e nel frattempo Andrea aveva fatto domanda in Croce Rossa ad Alba per un anno di servizio ambulanza, in sostituzione del militare.
Il concorso non era andato, la domanda in Croce Rossa persa e in via Montebello 31 era arrivata la cartolina di precetto. Il primo mese di CAR a Saluzzo, ancora ancora. Vuoi perché era medico, vuoi per i suoi 24 anni, lo avevano lasciato al suo scoramento. Ora era stato smistato in Sardegna, a condurre mezzi gommati nella steppa sarda per trasportare pallottole alte un metro a Iglesias, passando da Carbonia. Andrea ripassò tutto a mente, sforzandosi di mangiare quel pane duro.
Fischio…Esplosione…Scossa…Boato.
Che senso avesse bombardare un’isola deserta?

Sull’isola nidificavano tutta una serie di migratori di cui gli sarebbe piaciuto conoscere il nome esatto. I cespugli di macchia coprivano pochi sassi e per il resto era sabbia bianca finissima in calette d’acqua limpida. Lì sarebbe stato bello finire il militare, ad ammattire dalla noia meglio che per le corvé inutili. Come stare di piantone all’entrata della caserma, un caseggiato del ventennio sperso nel nulla. Caricare e scaricare le pallottole per i carri armati M109, pesanti e alte un metro, abituarcisi tanto da farle cadere (tutti i mestieri vengono a noia). Guidare gli autocarri militari ACM80 dalla base Nato al poligono e doversi fermare nella steppa per un toro incazzato a sbarrar loro la strada. Almeno lui avrà avuto un motivo, le sue vacche da proteggere, il suo territorio. Bussare a un uscio senza porta, fare a voce alta TOC TOC per farsi “aprire” dai superiori.

Non si faceva più domande Andrea, ci provava. Forse il militare era proprio un periodo per togliersi la voglia di fare domande. E l’Italia in fondo era così, meno chiedi più vivi, Cu è orbu surdu e taci campa cent’anni ‘mpaci.
FISCHIO-ESPLOSINE-SCOSSA-BOATO.

E allora che bombardassero pure, gli facessero il culo a quel buco di culo nel culo del mondo dell’isola di Caprarru. Che la spazzassero via una volta per tutte, tanto neanche gli uccelli ci cagavano più su quel disturbo.

E Silvia Melis? Che fine aveva fatto Silvia Melis, la ragazza rapita dall’Anonima Sarda? Non sarebbe stato meglio far delle squadre, tanti cristiani grandi e grossi che erano, e scoperchiare tutti i sassi della Barbagia per ritrovare Silvia Melis invece di star lì a scriverlo sui muri, “Silvia Melis libera”. In fondo che fossero un esercito non ci credeva nessuno.
Basta con le domande Andre.
Meglio far andare galloni di gasolio per portare i semoventi al pascolo. Prendere scossoni in cabina, pregando Dio che l’innesco non facesse esplodere quei suppostoni di bombe per gli M109 che si ritrovavano dietro, in braccio, sul petto, sui piedi, su per il culo.
Perché? E basta con le domande Andre. Le domande sono per i sapientoni e gli stronzi. Li vedi i tuoi commilitoni? Magari se le fanno pure loro le domande, ma di risposte se ne danno subito una e poi giù con l’acqua del tetrapak, almeno non muoiono di sete. Se il camion sbanda si fanno il segno della Croce. Un po’ di fatalismo e passa tutto. Ma sì.
Massì.
Fiiiischioesplosioneeeescooooosssaboooaaaaato.

E se quell’isola dev’essere bombardata ci sarà pure un perché. Va a sapere le convenzioni internazionali, va a sapere se saremo in guerra e con chi, a che cosa possa servire sparare a un’isola ferma lì da sempre. Caprarru annientata e costretta alla resa colonnello! Bravi, bene, informerò il generale e sarete tutti premiati! Grazie!
Andrea pensò alla sua vita. La cosa migliore era non pensare affatto, tirare schiaffi a chi dava di matto, la notte, e tirarglieli forte per sfogarsi e non ammattire lui stesso. No, lui non poteva ammattire, era medico e doveva pulire i cessi sporchi da giorni, bere l’acqua dal tetrapak degli altri per non morir di sete e non pensare sempre a quella e scrivere “Cari genitori, qui tutto bene”. Tutto bene un cazzo chè se non fosse impazzito lì se ne sarebbe tornato e andato un mese in giro in vespa e nessuno gli avrebbe più rotto i coglioni per la Specialità.
E le domande esistenziali non sparivano mai del tutto nemmeno coi cannabinoidi. FIIISCHIO. Sì perché, come tante esperienze in diversi ordini di cose ci dicono, qui gli estremi si toccavano. ESPLOSIONE. I caporioni fascisti fumavano la marijuana fricchettona. SCOSSA. Gli estremi dell’emiciclo politico, dirimpettai, occhieggiavano l’un l’altro, il dito di Dio puntava verso Adamo, diversi estremismi familiarizzavano nell’uso smodato di canne, per dimenticare di essere e di fare il militare nel Medio Campidano. BOATO.

Con le bombe che ti cadevano vicino, con le turche insozzate, non pulite da giorni, stronzo su stronzo. Con l’acqua sporca e calda nei cartoni tetrapak.
Nemmeno stonati di THC si poteva dimenticare del tutto d’essere in quel sacco di juta, in piedi, sporco e pesante da farti avanzare a fatica, mentre prima era una camminata naturale, ti costringeva a usare i muscoli accessori per riempirti i polmoni di una vita che prima fluiva semplice, ti faceva inciampare nel fango per non rialzarti se non stravolto, disorientato nel verso, la direzione, i tuoi perché. E il sacco non era un gioco fra contrade di paese, era fare il militare, costretto dalla tua società, coi diritti ed i doveri, farlo a quel modo inutile, in Sardegna.
Un fischio, un’esplosione, la scossa e il boato e lui a bere dal tetrapak per far scendere il pane duro.
La scritta sul casotto “Silvia Melis libera”, il caldo, la sete, la stanchezza.
In fondo Andrea poteva raccontarla per una e, in fondo in fondo, a vedere il bombardamento di Caprarru non era poi così male.

Un altro fischioesplosione scossaeboato nascose la risata dell’artigliere Andrea Orvieto, incarico 18, conduttore mezzi gommati, 52esimo artiglieria.