Suburbicon al Festival del Cinema di Venezia

Un pubblico numeroso ed eterogeneo ha atteso la proiezione di Suburbicon al Palagalileo del Lido di Venezia lo scorso 2 settembre, accogliendolo con molti applausi ma non sono mancati alcuni fischi. George Clooney, al suo sesto impegno da regista, si presenta qui anche come co-sceneggiatore in coppia con Grant Heslov. Il film uscirà nelle sale italiane il prossimo 14 Dicembre.

Suburbicon fu scritto dai fratelli Coen negli anni ’80 ma non fu allora realizzato; Clooney, dopo aver parlato e condiviso l’idea con gli autori, lo fa diventare un film, lasciando e sottolineando quella “certificazione di conformità” al pensiero e allo stile di Joel e Ethan Coen: una storia drammatica al limite della farsa. Anzi, non solo drammatica, decisamente tragica: violenze, crudeltà, uccisioni, crimini, intolleranza e razzismo fanno restare con il fiato sospeso per circa 100 minuti. Per la seconda volta in concorso -dopo Downsizing-, l’attore Matt Damon si cala nella parte di un uomo malvagio… si è rimesso quegli occhiali che hanno reso il suo personaggio famoso e gli donano certamente più enfasi.

La storia si ispira a fatti realmente accaduti nel 1957 a William e Daisy Myers, una coppia afroamericana trasferitasi a Levittown, una cittadina della California: l’arrivo della famiglia di colore scatenò, all’epoca, molti disordini, proteste e violenze razziste. Tutto ciò viene riproposto a Suburbicon dall’occhio di Clooney che si mostra ancora una volta impegnato nella tutela dei diritti civili.

Julianne Moore e Matt Damon in una scena del film © La Biennale di Venezia

La trama del film

Nella tranquilla e benestante cittadina di Suburbicon, arriva la famiglia Myers a sconvolgere la comunità locale e andrà a vivere affianco alla famiglia Lodge. Il pubblico sarà inizialmente tenuto all’oscuro del piano architettato da Gardner Lodge (Matt Damon) e la cognata, amante di lui, per eliminare Rose, moglie di Gardner e la sorella di lei, costretta su di una sedia a rotelle a causa di un incidente d’auto, precedente piano di omicidio tentato dal marito per intascare il denaro dell’assicurazione.

Non viene svelato al pubblico neppure il reale motivo dell’aggressione domestica di due losche figure, in realtà assoldate dal marito, le quali entrano di notte in casa fingendo una rapina: addormentano tutta la famiglia con il cloroformio, con una dose superiore per la povera Rose. Degna di nota l’interpretazione di Julianne Moore che impersona entrambe le parti, della moglie e della cognata amante di Gardner. Ma, più di ogni altro, il merito della recitazione esemplare non sembra questa volta attribuirsi agli attori di “chiara fama”, Matt Damon e Juliannne Moore, quanto al piccolo Nicky, figlio di Gardner, interpretato magistralmente da Noah Jupe che riesce a trasmettere l’ansia e la paura che vive nel proprio ruolo di bambino in mezzo ai crimini più efferati.

Se ogni crimine ha la sua falla, nel film sarà proprio l’innocenza del piccolo Nicky a far cadere gli indizi sul padre e sulla zia, iniziando dal momento in cui sono chiamati dalla polizia per riconoscere i sospettati del macabro evento; i due adulti fingono di non conoscere i malviventi, con i quali si erano in precedenza accordati per il turpe omicidio, mentre il bambino, ignaro del segreto accordo, riconosce i colpevoli. Pur senza denunciarli, comprende il dramma e la trama del genitore il quale, nella sua più bieca malvagità minaccia perfino il proprio figlio di ucciderlo nel caso rivelasse l’accaduto. Quando gli stessi malviventi tentano di assassinarlo, la salvezza arriverà dallo zio, fratello di Margaret, che sarà a sua volta ucciso nello scontro in casa col sicario. Le morti continueranno fino alla fine del film, scene di violenza e terrore suffragate dalla musica inquietante di Alexandre Desplat, candidato per otto volte all’oscar per le sue colonne sonore.

Tutto avviene sullo sfondo della discriminazione razziale della famiglia di colore dove si inscena una sommossa per la loro permanenza nella tranquilla cittadina della California. Il dramma si chiude con il figlio della famiglia Lodge che gioca amichevolmente col coetaneo vicino di casa di colore, metafora di una speranza per un avvenire di tolleranza, di convivenza civile, antirazzista.

Il produttore e sceneggiatore Grant Heslov – che ricordiamo quando nel 2009 ha diretto lo stesso George Clooney, nel film L’uomo che fissa le capre – commenta: “La famiglia tradizionale fa paura, i vicini di casa e la classica famiglia americana fanno delle cose terribili. Quando abbiamo iniziato a lavorare alla sceneggiatura, Trump parlava di costruire muri e di isolare determinate persone”. E George Clooney incalza: “Mi reputo ottimista e patriottico e affido all’immagine di quei ragazzi che giocano insieme a baseball la speranza per quello che deve accadere“.