Eravamo tutti vivi, intervista a Claudia Grendene

Il libro di Claudia Grendene è un romanzo di rilievo nel panorama degli scrittori esordienti italiani. Eravamo tutti vivi è un romanzo filosofico, come lo definisce Valentina Durante; è un romanzo corale, perché la trama si snoda attorno alla relazione d’amicizia e d’amore dei sei personaggi; è anche un romanzo di formazione (dell’adulto) o generazionale, perché offre uno spaccato sui figli degli anni Settanta ed è un romanzo in cui “c’è qualcosa tra lo strazio e l’equilibrio” come lo dipinge Emanuela Canepa, anch’essa scrittrice esordiente nel 2018 con L’animale femmina.

Eravamo tutti vivi è davvero tutto questo, lo mostrano le numerose recensioni, quelle citate come esempio si trovano nel sito del Premio Comisso. Se volete curiosare online, troverete tante altre accurate definizioni. Ciò accade grazie alla scrittura di Claudia Grendene che con uno stile agile e semplice, soprattutto nei dialoghi, cela una pluralità di riflessioni e indaga con profonda sensibilità sulla famiglia, l’amore e il sesso… e di cos’altro dovrebbero parlare i romanzi? -direbbe lo scrittore Paolo Zardi-.

Eppure, manca ancora qualcosa: questo è, più di tutto, un romanzo coraggioso perché affronta il tema del disagio mentale e dei disturbi della personalità, argomento difficile, uno di quelli di cui non si vuol parlare, perché non si sa come trattarlo, non si conoscono gli strumenti per gestirlo. Max, uno dei personaggi, il fil rouge tra il gruppo di amici -nel bene e nel male-, non è un “tipo estroso”, carismatico ed egocentrico, no, Max ha una patologia conclamata che gli stessi amici non capiscono e che lui stesso nasconde, perché se ne vergogna, con tutte le conseguenze che questo segreto comporta.

Grazie all’artificio stilistico del diario, Max dichiara, per sé e per suo padre, questo doloroso problema, mostrandone gli effetti collaterali e terribili sulla madre e sulla famiglia; ma non c’è solo lui, la madre di Isabella, per esempio, soffre di una forma di depressione ma ‘è fatta così’, e pure Elia vive un importante disagio famigliare che ‘tiene in ordine’ fino a quando l’arrivo di un figlio e l’incontro con una ragazzina disinibita rompono l’equilibrio. E poi c’è il problema della sorella di Chiara che ha sconquassato una famiglia intera.

Ciò che emerge, e attrae, nel romanzo è il fatto che quasi tutti i personaggi sono in umane difficoltà, ma senza una diagnosi, hanno perso il loro baricentro e barcollano senza saperne con esattezza il motivo, vivono un senso di inadeguatezza ma accettano senza volere affrontare la grande domanda “chi sono io?”; tutto ciò risulta ancor più interessante se si fruga tra le righe a cercare quella radice che è la famiglia e che conduce al nesso famiglia in dissesto-figli in dissesto: questo è il passaggio generazionale che emerge e che offre una riflessione da estendere alla società contemporanea, per provare a comprendere, per provare a cambiare.

Claudia Grendene ha disseminato indizi tra le pagine di ogni capitolo e poi, con maestria, ha saputo dare loro un senso, una collocazione. Eravamo tutti vivi è un romanzo d’esordio che fa solo presagire nuove buone letture.

Intervista

Perché hai scelto questa struttura in cui il tempo va a ritroso?

I personaggi di Eravamo tutti vivi sono tutti quaranta-quarantacinquenni. Le storie raccontate nel romanzo hanno a che fare con una domanda che mi girava in testa: cosa è successo alla mia generazione? Partendo con un interrogativo simile, il tornare indietro, cercando di individuare i passaggi cruciali che hanno determinato i percorsi dei personaggi, mi è parso un buon modo di procedere. In fin dei conti l’unico modo di comprendere il presente è ripercorrere a ritroso le tappe che hanno portato fin qui.

L’incipit di Eravamo tutti vivi: “la morte cambia le cose dei vivi”. Dichiari subito uno dei temi che vuoi affrontare, lo fai in maniera diretta, a cosa è dovuta quest’audacia?

All’inizio la frase era molto più lunga e articolata, perché non mi sentivo all’altezza di un’affermazione così perentoria. In fase di editing ci abbiamo ragionato con Giulio Mozzi finché, un giorno, lui mi ha chiesto: «perché non tronchiamo la frase dopo la parola “vivi”?»; gli ho risposto che ci avevo anche pensato e mi pareva un inizio alla Tolstoj, ma mi sentivo un po’ un nessuno per osare tanto.
Giulio Mozzi mi rispose: «anche Tolstoj era nessuno prima di diventare Tolstoj». E così ho avuto il coraggio di partire con un’affermazione che poi diventa un refrain in tutto il romanzo.

Claudia Grandene, foto © Alberto Bogo

Incontriamo diverse forme d’amore, dall’amicizia al rapporto di coppia, e racconti di come ‘vivere l’amore’ e il valore dato alla famiglia siano cambiati dagli anni Settanta in poi, nasce dall’osservazione della tua generazione?

Noi nati negli anni Settanta abbiamo vissuto alcuni cambiamenti sociali importantissimi, siamo i figli dei primi divorziati in Italia, per esempio. Sempre negli anni Settanta venivano istituiti i consultori familiari, nei quali veniva prescritta la pillola alle donne; si faceva avanti la legge sull’aborto. C’è stato il vento portato dal movimento femminista. Cose che hanno prodotto cambiamenti epocali con l’inevitabile rottura di schemi sociali che erano portanti: hanno preso vita famiglie fatte in modo diverso rispetto a come le si era sempre concepite.
Ho letto che in America la mia generazione, detta X generation, è identificata anche come MTV generation, perché pare che quello sia stato il momento storico in cui le donne-mamme hanno iniziato a lavorare in massa, mentre i ragazzini crescevano davanti al televisore.
Non so dire quali siano gli elementi che hanno reso questa generazione inerte, diciamo così, se possa aver giocato un ruolo di peso il benessere economico, per noi, figli dei cosiddetti baby boomers, ma è cosa certa che siamo stati figli di genitori che hanno percorso alcune strade per la prima volta. Con tutte le difficoltà che comporta, sempre, aprire strade nuove. Se ci pensi bene, Eravamo tutti vivi è un romanzo di genitori in difficoltà.

Altro tema centrale è il disagio mentale e i disturbi della personalità, sono argomenti delicatissimi che tu mostri in più contesti, a volte solo di sfuggita, perché apparentemente “è tutto a posto” ma non lo è, cosa ti ha spinto a parlarne?

Chiunque si trovi ad aver a che fare con qualche disturbo mentale, direttamente o indirettamente, si rende conto di quanto tutto questo mondo sia avvolto da un tabù. Un tabù che diventa una sofferenza nella sofferenza. Invece, la salute mentale è un problema come lo è la salute del corpo, sempre che abbia senso compiere questa distinzione.
Il mondo è pieno di esseri umani che curano la propria salute mentale e vivono, anche bene in tanti casi, o comunque non peggio di altri, e mi piaceva l’idea di mostrare col personaggio di Max cosa significhi affrontare il mondo dal punto di vista di una persona affetta da disturbo mentale. Quanto il tema sia ancora tabù lo può testimoniare il fatto che in un anno di interviste e presentazioni quasi mai è stato messo in evidenza questo aspetto del romanzo.
Max è generalmente percepito come uno simpatico e bizzarro. Uno strambo. Ma così non è. Lui vive, studia, ama, tradisce, è triste, è felice come tutti gli altri, in più deve vedere regolarmente una psichiatra e prendere dei farmaci. Questa non è stramberia.

Mostri, seppur lasciandolo sullo sfondo, il cambiamento della città di Padova: è solo una scelta narrativa legata al contesto o vuoi lasciare una traccia?

Sono contenta che parli di sfondo. Avevo bisogno di rappresentarlo, di raccontare i fatti storici che facevano da mondo ai miei personaggi, ma ho scelto di non scrivere un romanzo storico sull’ultimo ventennio, perché non era in linea col mio progetto e perché sarebbe stato un lavoro da condurre con tantissimo studio e una metodologia diversa.
Pertanto, lasciare i cambiamenti della città o alcuni avvenimenti -come il G8 di Genova- come linea dell’orizzonte, mi è parso il modo più corretto di procedere. Inoltre, mi interessava rendere, attraverso queste storie, la mia riflessione che è in contemporanea il mio dolore, e cioè sentirmi parte di una generazione in cui si sono verificati un allontanamento dalle cose pubbliche e un ripiegamento sulle storie private. Una generazione che ha lottato troppo poco.

Quanto è stato importante, per te e per il tuo percorso, studiare filosofia?

Per la vita personale è stato assai importante. Per la scrittura questo dettaglio autobiografico è importante per questo romanzo: muoversi nell’ambiente della facoltà di Filosofia di Padova dà una connotazione ben precisa a questi personaggi. Ma è una scelta funzionale: dovendo scrivere di studenti universitari a Padova ho optato di muovermi in un ambiente a me noto, e questa è spesso cosa saggia sei vuoi scrivere storie verosimili e realistiche.

Stai lavorando a un nuovo romanzo?

Sì, certo. Ho una storia già finita in lavorazione, sto procedendo per stesure successive e ho bisogno di lavorarci ancora un po’. Questa volta ci sposteremo da Padova e dalle tematiche di Eravamo tutti vivi. Si cambia tutto, ma non anticipo niente.