Elvis Malaj, il ragazzo albanese che scrive in italiano

Elvis Malaj è proprio albanese. Come l’aquila bipenne nello stemma dell’Albania, il suo sguardo volge da una e dall’altra parte dell’Adriatico. L’ironia e il distacco dello straniero rendono fresco e attuale il suo stile narrativo, ancora acerbo per certi versi, provocatorio e realista per altri. Dopo un racconto pubblicato sulla rassegna stampa di Oblique e uno su effe, l’esordio del ventisettenne Elvis Malaj è per i tipi di Racconti Edizioni, con la raccolta Dal tuo terrazzo si vede casa mia, dodici racconti per mostrare come vive un ragazzo italiano di origini albanesi.

La curiosità che ci ha spinto a intervistare Malaj è la stessa che ci ha portato a chiedere a Stefano Friani «perché avete scelto proprio lui?» e la risposta è stata semplice: «è l’autore italiano che ci è piaciuto di più nell’ultimo periodo», dove il “ci” sta per lui e il socio Emanuele Giammarco, e ultimamente si riferisce agli inizi del 2017; anche la motivazione è diretta: «è un narratore autentico, qualcuno che sembra destinato a scrivere e raccontare storie». Inoltre, i racconti di Malaj si inseriscono a pennello nel percorso che la giovane casa editrice sta cercando di mantenere coerentemente all’interno del catalogo rispetto a identità, meticciato, stranieri della propria lingua.

Acquista dal sito dell’editore

Elvis Malaj racconta ciò che accade a un ragazzo albanese e italiano, che vive questa doppia identità: la costruzione di una persona cresciuta affondando le radici di un Paese che ha vissuto la difficile trasformazione del “post caduta muro”, sia culturalmente che economicamente, e si è formata in un Paese negli anni della grande crisi in cui, soprattutto all’inizio, sembrava fosse colpa -sempre e comunque- degli stranieri, a vario titolo, ovviamente. In quest’ottica, il punto di vista di Malaj diventa interessante proprio perché è “lo sguardo dello straniero” e condividiamo la riflessione di Paolo Zardi a tal proposito: “L’ironia, che è l’ingrediente fondamentale del romanzo occidentale, il suo elemento costitutivo, richiede, prima di tutto, una certa distanza (emotiva, culturale, affettiva) dall’oggetto rappresentato; da questo punto di vista, la condizione di straniero pone un autore nella posizione migliore per raccontare il mondo da una prospettiva diversa, capace di svelarne i meccanismi che gli abitanti di quel mondo non sono più in grado di vedere.” Malaj ci riesce, usando una scrittura pulita e diretta, per dare del materiale genuino al lettore, scevro dalle sue interpretazioni.

INTERVISTA

Scrivi racconti, una scelta differente dal romanzo: perché?

Le mie storie si prestano di più alla forma breve perché sono storie veloci, incalzanti, a volte ansiose di chiudersi con finali che sembrano mozzati. Sono storie che hanno bisogno di una libertà che la struttura del romanzo non consente.

Quanto serve la distanza per raccontare una storia?

Quasi sempre si raccontano cose in cui si è coinvolti, ed è giusto così, è necessario che uno scrittore si sia sporcato le mani con le storie che racconta. Però poi bisogna prendere un po’ le distanze, per osservarle serve distacco; quando sei dentro, vedi i fatti solo dal tuo punto di vista. E dal tuo punto di vista, inevitabilmente, tu hai ragione e gli altri hanno torto, e la scrittura diventa un mezzo per assolversi. Una cosa che faccio sempre, quando finisco un racconto, è di lasciarlo raffreddare per qualche settimana, lo riprendo in mano quando sono riuscito a ottenere sufficiente distanza.

Che vantaggio ha un albanese a raccontare l’Italia, attraverso un distacco culturale, e l’Albania, con un distacco fisico?

L’intento dei miei racconti non è quello di raccontare l’Italia o di raccontare l’Albania, semplicemente questi due paesi si trovano ad essere gli scenari delle mie storie, dovuto al fatto che si sono trovati in primo luogo ad essere gli scenari della mia vita. Probabilmente questo disacco mi permette di vederne meglio le contraddizioni e di raccontarle, ma ripeto non è l’intento, è una conseguenza naturale.

Shqipria, o Albania. Foto © Rovers Malaj

“Il razzismo non esiste” afferma Marenglen nel racconto Vorrei essere albanese. Condividi anche tu questa asserzione?

In parte sì. Quando Marenglen afferma che non ha mai avuto problemi con il razzismo coincide anche con ciò che è stata la mia esperienza. Non è che ho cercato di comportarmi bene per evitare il razzismo, che ho cercato di tenerlo lontano, di scongiurarlo o che so io. Non ho fatto niente a riguardo. Semplicemente non ho mai pensato che le mie origini potessero essere motivo di discriminazione. Forse è un po’ vero che se consideri gli altri tutti degli imbecilli avrai a che fare solo con imbecilli (non mi ricordo chi lo diceva).

Quali differenze ci sono tra la famiglia italiana e la famiglia albanese?

Non saprei, però ci sono molte affinità tra la famiglia albanese e la famiglia italiana del sud.

Citi Alda Merini e Herman Hesse, sono i tuoi autori preferiti?

La Merini è una poetessa che apprezzo moltissimo, era doveroso citarla perché, quel racconto in particolare, deve molto a una sua poesia. Hesse: c’è stato un periodo in cui l’ho letto in modo intenso, oggi invece è cambiato il mio rapporto con lui, però rimane lo stesso un autore importante nella mia formazione.

Disagi, silenzi, incapacità di parlare. È la fotografia di questa società?

Non ho la pretesa che i miei racconti siano delle fotografie di questa società, li considero piuttosto delle piccole storie private. La comunicazione o il suo contrario, ossia i disagi, i silenzi e l’incapacità di parlare, sono sempre stati dei temi che mi stavano a cuore e, infatti, nel libro ricorrono spesso. Una cosa che non faccio mai, nei miei racconti, è dare giudizi, mi piace invitare il lettore a tirare le somme da solo.

Sesso senza amore. È un’altra fotografia?

Sesso senza amore è un’immagine talmente abusata nella letteratura e nel cinema che ormai è banalizzata, è un cliché. E questo è un motivo più che sufficiente per non usarla. Penso che ti riferisci a Maddalena, nel racconto Il televisore, ma io prendo subito le sue difese. Per me è semplicemente una ragazza disinibita che, per sua sfortuna, finisce per implicarsi con questo ragazzo albanese e non riesce più a staccarsene. È vero, gli amori dei miei racconti sono amori un po’ complicati. È che non ne conosco di amori facili.
Solo in La vergine Maria il sesso è un elemento centrale del racconto, dove la protagonista deve assicurarsi in tutti i modi di essere rimasta vergine, negli altri racconti invece ha un’importanza relativa. Quello che mi sentirei di dire è che nei miei personaggi la sessualità viene affrontata abbastanza liberamente, quello sì.

Mi riferivo a L’incidente o a Scarpe.

Su Scarpe non controbatto, lì di amore proprio non ce n’è, ma lascerei stare L’incidente, in quel racconto il protagonista ha serie difficoltà dal punto di vista sentimentale.

Televisore. Foto © Marco Mioli

Scarpe potrebbe essere il soggetto di un film di Emir Kusturica. Ti piace il cinema? Hai un regista preferito?

Dico sempre che non sono uno scrittore, ma un cantastorie, quindi qualsiasi arte che permette di cantare storie mi piace, compreso il teatro e il cinema che possiedono la forza delle immagini. Di registi bravi ce ne sono molti, in particolare vado matto per i classici italiani, ma mi sembra scontato; un nome che seguo volentieri è Polanski.

Qual è il filo che unisce i personaggi dei tuoi racconti?

C’è un problema di fondo nei miei personaggi: l’incapacità di stare con l’altro. È per questo che poi si ritrovano in situazioni come quella di Mrika, che si ritrova a fare sesso con questo ragazzo perché è in vacanza, è al mare e si deve divertire. Il problema non è il fatto che fa sesso con questo ragazzo, il problema è una crisi più profonda, interiore, che neanche lei sa sbrogliare.

Come definiresti A pritni miq?

È la più bella storia d’amore che ho scritto.