Elliott Erwitt e i cani | Mostra fotografica a Treviso

Elliott Erwitt scrive di fotografia con un umorismo sapiente e una profondità senza pedanteria”.
Henri Cartier-Bresson

Le parole usate da Cartier-Bresson per raccontare l’amico e collega della Magnum Photos sono perfette per introdurci alla mostra curata da Marco Minuz, in corso a Treviso nello spazio suggestivo di Ca’ dei Carraresi, perché la fotografia di Elliott Erwitt ha la preziosa e rara qualità di riuscire a essere semplice senza mai semplificare.

La definizione sibillina “scrive di fotografia” ci porta a riflettere sulla costruzione dell’immagine: ciò che apparentemente sembra uno scatto fortuito e fortunato del maestro, quasi fosse un’avanguardia della street photography, è spesso una visione della mente creativa di Erwitt che prende forma nello scatto preparto. Da questo punto di vista, l’artificiosità della fotografia è simile all’artificio dello scrivere, utilizza l’ironia come figura retorica per rappresentare l’insolito nel quotidiano e, nello specifico, per esprimere al meglio il suo gusto per il paradosso.

Il titolo della mostra “ELLIOTT ERWITT: i cani sono come gli umani, solo con più capelli” è perfetto per esprimere in sintesi il pensiero del fotografo, mantiene sottotraccia quell’ironia che appartiene prima alla persona e poi all’artista. Mentre seguiamo il percorso espositivo, curato nei dettagli e accompagnato dai commenti dello stesso Erwitt, la domanda che ci si pone è «sono solo i capelli a differenziare i cani dagli umani?» e possiamo perfino immaginare il compiacersi del fotografo per aver suscitato tale quesito.
Perché, si sa, il dubbio è complice sia dell’ironia sia del paradosso ed Erwitt ama giocare proprio con queste sfumature.

© Elliott Erwitt, New York, USA, 1974

Il cane è certamente uno dei soggetti preferiti del fotografo e per questo sono presenti in buona parte del suo lavoro, anche quando, per esempio, deve scattare delle foto di moda. Ma perché il cane? Come lui stesso afferma, l’ipotetica inquadratura della scena vista dal cane rende particolare la prospettiva dello scatto, primo perché è inusuale e secondo perché “pochi si prendono la briga di considerare le cose dal punto di vista di un cane” e lui questo lo ha sperimentato.

Lo spessore del fotografo, però, ci porta ad ampliare la visione sul soggetto per soffermarci su una lettura basica del simbolismo del cane. Da sempre questo animale porta con sé un duplice e opposto significato – e sappiamo quanto a Erwitt piaccia il paradosso! – dato che da Anubis a Cerbero, passando attraverso le figure della tradizione occidentale di Ermes e Ecate fino all’Oriente con il cane di Yudhiṣṭhira e T’ien-k’uan, l’animale incarna la funzione mitica di psicopompo, legato quindi agli inferi e alla morte e parallelamente il cane è il migliore amico dell’uomo, fedele quindi fino alla morte e oltre. Questa vicinanza tra uomo e cane è un tema atavico che ha riempito ogni tradizione di detti popolari che continuiamo a sentire nel linguaggio contemporaneo: non destare il can che dorme, essere come cane e gatto, scrivere da cani, e così via. Curiosamente in ciò che viene tramandato oralmente prevale il lato oscuro o, appunto, cinico dell’essere cane mentre nella fotografia di Erwitt si cogliere la parte taciuta, quell’affinità che lega il cane al padrone, quella fiducia reciproca che diventa quasi una relazione esclusiva di cui vantarsi e per cui mostrarsi.

© Elliott Erwitt, Paris, France, 1989

Tra tutte scegliamo due fotografie: Erwitt ritrae la seconda moglie mentre tiene in braccio il loro Yorkshire o, forse, potremmo dire che Erwitt ritrae il loro cane tenuto in braccio dalla moglie, in una giornata ventosa che fa confondere i capelli dell’uno con l’altra; la seconda è scattata a Central Park nel 1976 e ci fa riflettere sulla questione che, a volte e col tempo, a vivere assieme un po’ ci si assomiglia, quindi la domanda che sorge, nel vedere il cane e l’uomo “di nero vestiti”, è: «a chi dei due appartiene quell’espressione?».

Le foto dei cani hanno una duplice lettura. Colti in determinate situazioni i cani sono semplicemente divertenti, quindi a qualcuno quelle foto piacciono solo perché gli piacciono i cani. Ma i cani possiedono anche qualità umane, e io sono convinto che le mie foto abbiano un fascino antropomorfico. Nella sostanza non hanno nulla a che vedere con i cani… insomma, nel mio intento riguardano essenzialmente la condizione umana. Ma gli altri possono vedervi quello che vogliono.”
Elliott Erwitt

Non possiamo ora esimerci da una brevissima digressione musicale sul tema, in perfetta sintonia col lavoro di Elliott Erwitt, proponendovi il brano di Bill Frisell GOOD DOG HAPPY MAN

Una delle parole che il fotografo utilizza è snap, uno schiocco delle dita, uno scatto, e le sue opere hanno indubbiamente la capacità di farci vivere il momento, di riportarci a quell’istante dello scatto come se noi stessi fossimo presenti, e questa sorta di immedesimazione nella fotografia diventa un’occasione per riflettere sulla società e sui suoi cambiamenti, sull’essere umano e la sua debolezza di prendersi troppo sul serio, come Erwitt stesso suggerisce: non importa quale sia il motivo per scattare una fotografia, non si avrà mai l’effetto desiderato se non esprimono qualcosa di più profondo, come ad esempio l’atteggiamento verso la vita o i sentimenti verso il mondo che ci circonda.

Per la prima volta in Italia, il percorso presenta circa 80 foto, rigorosamente di bianco e nero, tratto distintivo di Erwitt, che coprono i settant’anni di produzione del maestro, con i primi scatti degli anni Cinquanta fino a quelli contemporanei; la mostra è accompagnate da video e documenti per conoscere l’artista franco-americano a tutto tondo e sarà visitabile fino al 3 febbraio 2019, orari e informazioni al link della mostra.

Consigli di lettura

Durante il festival letterario CartaCarbone, sono stati ospiti a Ca’ dei Carraresi lo scrittore Paolo Zardi e l’insegnante di scrittura Alberto Trentin per una conversazione intitolata “Scrivere da cani. Passeggiata narrativa tra cacche e guinzagli.” da cui abbiamo tratto questi consigli di lettura, due classici e un contemporaneo:
Michail Bulgakov, Cuore di cane,
Konrad Lorenz, E l’uomo incontrò il cane,
Federico Baccomo, Woody.

Nota biografica su Elliott Erwitt

Elliott Erwitt, all’anagrafe Elio Romano Ervitz, nasce a Parigi il 26 luglio 1928 da genitori russi; il suo secondo nome Romano è scelto dal padre che aveva frequentato l’Università di Roma. Trascorre la sua infanzia a Milano, ma nel 1938 la sua famiglia è costretta a spostarsi dapprima a Parigi, poi a New York -per noti motivi storici- e successivamente a Los Angeles, dove inizia ad interessarsi di fotografia.
Mentre frequenta il liceo, inizia a lavorare in un laboratorio fotografico e nel 1948, tornato a New York, conosce i fotografi Edward Steichen, Roy Stryker e Robert Capa. Dopo aver trascorso il 1949 in Francia e Italia, ritorna a New York e inizia la sua carriera come fotografo professionista. Nel 1951 svolge il servizio militare presso l’unità dell’Army Signal Corps in Francia e Germania e due anni dopo Capa lo invita ad associarsi alla celebre agenzia fotografia Magnum Photos, dove, negli anni, ha assunto la carica di presidente per tre sessioni dal 1968.
I suoi reportage, i suoi lavori su commissioni e quelli più personali sono stati pubblicati nelle più importanti riviste di tutto il mondo come “Life”, “Look” e “Collier’s”. Nel 1970, parallelamente al lavoro fotografico, ha iniziato a girare film. Fra i suoi documentari si ricordano Beauty Knows No Pain (1971), Red White And Blue Grass (1973) e il premiato The Glassmakers of Herat (1979). Negli anni Ottanta ha prodotto anche diciassette commedie e programmi di satira per Home Box Office.
Musei come il MoMA di New York, lo Smithsonian Institution di Washington, l’International Center of Photography di New York, il Museo di Arte Moderna di Parigi, il Reina Sofia di Madrid e la Kunsthaus di Zurigo lo hanno celebrato con grandi mostre.

Immagine di copertina: © Elliott Erwitt, New York City, USA, 2000.