Elastico di Marco Sartorato

Continua la rassegna settimanale dei 12 racconti finalisti del concorso de Il Portolano con Elastico, terzo classificato di Figuracce.

Il terzo posto è stato assegnato ex equo a due racconti,Elastico di Marco Sartorato e Biglie di Manuel Mandelli, pubblicato la scorsa settimana. Il racconto Elastico è stato premiato dalla giuria con questa motivazione:

Il racconto, composto da immagini vive dell’ambiente scolastico porta agli anni ‘80, alla relazione tra ragazzi e ragazze, ai grandi amori e al sentimento imperante dell’inadeguatezza. In questo caso la figuraccia è causata dal dispetto di un compagno di classe e ha a che fare con una tuta da ginnastica con l’elastico, non con lo spago: perché i particolari sono importanti. La scrittura è sensoriale e precisa.
Marco Sartorato

ELASTICO

Negli anni ottanta alle scuole medie era ancora permesso presentarsi in classe in tuta da ginnastica. Stavi prima, anche se poi puzzavi come uno stagionato di malga. C’era chi faceva l’ora di educazione fisica in tuta e camicia. Uno in classe mia la faceva con un maglione di lana grossa a collo alto. Un concentrato di pecora a fascioni orizzontali marroni e neri che da settembre a fine aprile non si toglieva mai. Pensavamo ne avesse una serie a casa. Era più un’educazione all’educazione fisica.

I quattro quinti della classe quel giorno si presentò in tuta da ginnastica. L’altro quinto era esentato per X motivi. Io non ero esentato. Neppure Mauro. Lui con una tuta trapuntata tipo materasso, io con dei pantaloni blu petrolio, un lampo da abbassare e alzare grazie alla flessibilità dell’elastico in vita.

Mauro era uno dei due ripetenti. Un ciccio scatenato che schivava lo studio con metodica scientifica, orgoglioso dei libri intonsi. Due lenti spesse, la battuta lesta, la bestemmia di più. In comune avevamo che eravamo innamorati di Adriana. Come lo erano Marco, suo cugino Massimo, Giorgio, l’altro Massimo, Lucio, Paolo no, Leo sì, Tiziano pure e molti d’altri. Nessuno dichiarato. Poi Adriana aveva un moroso grande che faceva le superiori. Lei sembrava Elisabeth Shue di Karate Kid, con famiglia benestante annessa. Noi eravamo bambini, noi. Lei e le sue amiche scendevano dalla poltrona della parrucchiera, con nuove cotonature e colpi di sole, ogni volta un po’ più donne. Noi una specie di adolescenti ecco. Tanti baffetti di peluria tenue, membra in fase di allungamento, ormoni di fresca produzione che si aggiravano a caso per corpi tredicenni; convincendoci che eravamo adulti se facevamo la voce roca, disegnavamo cazzi sui banchi e disprezzavamo quanto sapevano i nostri genitori.

Rispetto agli altri rinco innamorati, io avevo le aggravanti dell’ingenuità, del bisogno di approvazione e dell’imbranataggine. Esile, impacciato, mi ammalavo spesso, poco combattivo negli sport, scoordinato al punto giusto. In tutte le altre materie invece me la cavavo. Quindi anche l’aggiunta secchionaggine. Quello che distingueva un innamorato di Adriana dall’altro era la più o meno palese incapacità di nasconderlo. Io ero un palese incapace totale. Illuso che non si notasse. Lo sapevano pure i bidelli. Con tutta probabilità anche i parenti dei bidelli. Mauro dissimulava. Una sola volta in tre anni l’ho sorpreso con una sguardo affettuoso rivolto a Adriana. Per il resto, o distacco condito di battute sconce e rutti, oppure le si avvicinava e mimava un rapporto sessuale. Gesti a metà tra quelli del cane che si avvinghia a una gamba e lo stupratore seriale, andavano parecchio di moda tra i maschi.

Alle medie io le ho prese da parecchia gente, non da compagni, da altri sì. Qualche volta facevo arrabbiare qualcuno in classe, bastava una battuta cinica piazzata al momento giusto a marcare la mia superiorità intellettuale. Un paio di volte Mauro mi prese per il bavero e mi piantò contro il muro, alzò il pugno come a colpirmi e chiuse l’episodio con un sorriso e un rutto. Mi rimproverò una volta perché avevo storpiato Terra Promessa di Ramazzotti: «Una terra di merda, un mondo di cessooo…» La parola merda faceva adulto.

Quel giorno avevo l’elastico, non avevo lo spago, avevo l’elastico. Pregavo mia mamma di non comprarmi più tute con l’elastico. Ma la roba vecchia non si butta via. Io mi sforzavo di utilizzarli solo a casa, ma quel giorno quelli con lo spago erano tutti a lavare. Rimanevano solo pantaloni con l’elastico. Sarebbe stata una giornata sul chi va là. Una giornata passata a guardarsi attorno. In ricreazione me ne ero rimasto in classe per non rischiare. In bagno ci ero andato durante le lezioni, con gli altri seduti. Per gettare la carta della merenda nel cestino al capo opposto della classe avevo camminato lungo muro con una mano artigliata alla vita dei pantaloni. Mauro si aggirava tra il cortile, il corridoio e l’aula. Era lampante che cercava vittime. E io rimpiangevo lo spago. Rimpiangevo anche i jeans. Perché sono sempre stato pigro. Il pensiero di portarmi il cambio completo mi indolenziva i muscoletti. Fastidio. Scarsa valutazione dei rischi. Niente pantaloni con lo spago! Perché lo spago, una volta chiuso bene, una volta fatta una bella asola si pianta sulle ali del bacino. A cagare l’elastico.

Ricreazione. Il sole primaverile voleva obbligarci a uscire. Declinai l’invito di mala voglia e rimasi al banco. Non ho mai capito se quella volta Adriana lo fece apposta in combutta con Mauro, se volesse l’ennesima alla enne prova del potere che aveva su di noi, su di me, o se davvero avesse bisogno di aiuto per risolvere quell’espressione alla lavagna. So che mi alzai ignavo e beota come sempre al richiamo del suo sorriso. Un irresistibile sorriso acneico con gli zigomi in risalto. Nella mia testa qualcuno, che mi voleva male, stava passando The Power of Love dei Frankie Goes to Hollywood. Sentivo già la polvere del gesso che mi sporcava le mani durante la spiegazione. Nessun indugio, il procedimento era chiarissimo sotto le immagini del video di The Power of Love. Lei mi sarebbe stata grata. Avrebbe ammirato la mia intelligenza, la mia capacità di destreggiarmi in matematica come in altre materie. Io l’avrei poi interessata con delle frasi brillanti destinate a uscire al momento giusto. A quel punto sarebbe stata in discesa. Colpita dalle mie espressioni e dalla mia simpatia, mi avrebbe invitato un pomeriggio a casa sua a fare i compiti. Avremmo passeggiato in giardino, ritirandoci poi in camera sua. E, sicuro come l’oro, sarebbe scoccato il primo bacio.

Da dietro, le mani di Mauro afferrarono l’esterno coscia dei pantaloni e tirarono giù. Mi trovai in mutande. Slip blu con dei puntini bianchi. Adriana soffocò una risata stampandosi una mano sulla bocca per bloccare il riso e arrossendo del mio imbarazzo. Immagine che riaffiora spietata ogni volta che voglio approcciare una ragazza. Cambia il posto, la situazione, la musica, ma sono sempre di fronte a una che stringe le labbra per non ridermi addosso, i pantaloni sono caduti, lasciano le cosce al fresco e le mutande in pubblica vista, la gente attorno si sbellica. Mauro ghignava e celebrava la sua vittoria con un rutto fragoroso. Era il mudandero lo scherzo di moda in quel periodo a scuola. Tutti lo facevano a tutti. La puntina si piantò sul 45 giri dei Frankie Goes. Adriana non sapeva più cosa inventarsi per evitare il mio sguardo piangente. Avvampai. La strada dalla lavagna al banco fu lastricata di lacrime e rabbia. Sedetti al limite delle convulsioni. Dopo qualche minuto Mauro venne a scusarsi con il suo sorriso ciccio e gli occhi a fessura dietro le grosse lenti.