Dorothea Lange | Storie a Scatti: American Exodus

Una mostra di 80 fotografie alla Barchessa di Villa Giovannina (Villorba, Treviso) per celebrare Dorothea Lange, fotografa americana degli anni Trenta e pioniera della fotografia socio-documentaria. Dopo Tina Modotti, fotografa e rivoluzionaria, il progetto di mostre Storie a Scatti torna con Dorothea Lange American Exodus, a cura di Reinhard Schultz della Galerie Bilderwelt e mandr.agor.art, in collaborazione col Comune di Villorba, dal 30 novembre 2019 al 12 gennaio 2020.

Dorothea Lange

Dorothea Lange nasce nel 1895 a Hoboken, New Jersey, da una famiglia di immigrati tedeschi. Vive un’infanzia e un’adolescenza difficili, sia per motivi di salute -a 7 anni si ammala di poliomielite che la renderà zoppa- sia per questioni familiari -il padre divorzierà dalla madre quando lei ha 12 anni, motivo per cui lei avrà il cognome della madre- ma questo la rende ancora più forte e motivata in quella che diventerà la sua passione e professione; lei stessa commenterà quei fatti riconoscendoli come «la migliore cosa mi sia capitata, mi ha formato, guidato, aiutato e umiliato».

Dorothea Lange | Storie a Scatti: American Exodus
Ritratto fotografico di Dorothea Lange, febbraio 1936, California

Nel 1915 ha vent’anni e abbandona la scuola per diventare insegnante perché ama la fotografia e vuole dedicarsi unicamente a questo; visita lo studio del fotografo Arnold Genthe, d’origine tedesca come lei, emigrato a San Francisco nel 1895. Sarà proprio lui a influenzare concettualmente lo sguardo fotografico della Lange: Genthe è l’autore degli scatti che testimoniano la citta prima della devastazione causata dal terremoto del 1906, in particolare ritrae scene di vita quotidiana, dei bambini e della miseria di Chinatown.

Dorothea Lange frequenta la Columbia University di New York, dal 1917 al 1919, poi inizia a lavorare e a viaggiare; le sue fotografie raccontano gli anni della Grande Depressione negli Stati Uniti e le vicende degli sfollati del disastro ecologico delle Dust Bowls, le tempeste di vento che hanno desertificato una vasta fascia di territorio agricolo nazionale, comportando l’esodo di mezzo milione di persone verso la California, alla ricerca di un futuro possibile.

Il suo nome è Florence Thompson

Lange Storie a Scatti: American Exodus
Madre migrante con figli, 1936, Nipomo California

Dorothea Lange ha immortalato le storie e i volti di uno dei più drammatici esodi della storia. Uno scenario apocalittico, un disastro ambientale e sociale che ha costellato di Ghost Town, il territorio statunitense, città oggi riconvertite come attrazioni turistiche. Come raccontano i curatori, la Lange partecipa in prima persona al dramma per mostrare ciò che sta accadendo ma sarà l’empatia la sua arma poetica, una qualità percettibile a ogni livello, sia dai colleghi fotografi sia dalla popolazione ed è proprio questo il motivo per cui le sue fotografie diventeranno delle icone.

Probabilmente l’immagine più conosciuta della Lange è il ritratto di Florence Thompson: fotografa questa donna che ha 32 anni, sette figli da sfamare ed è senza casa (e senza lavoro), il suo volto è la rappresentazione fotografica di un intero periodo, quello degli anni che seguono il disastro del 1929 dato dal crollo del mercato. Florence Thompson, come migliaia di altre persone, era una contadina, ma la terra non aveva più nulla da dare e costringe questi pionieri ad abbandonare le loro case e ad attraversare gli States per cercare un qualsiasi altro lavoro. Dorothea Lange segue questi migranti e ne racconta la povertà e la disperazione, la dignità e l’orgoglio.

Per me era la foto della farm Security.
Questa donna aveva in sé tutta la sofferenza dell’umanità
Ma anche tutta la perseveranza.
Uno strano, discreto e riservato coraggio.
Roy Stryker, direttore della FSA

Storie a scatti

Storie a scatti è il titolo di un progetto progetto del Comune di Villorba dedicato alla fotografia come strumento storico culturale: le immagini del passato evocano memorie di persone e di fatti storici che possono aiutarci a leggere il presente. A cosa serve leggere il passato se non a migliorare il futuro?

In quest’ottica le fotografie di Dotothea Lange invitano a una profonda riflessione: sullo sfruttamento ambientale e sulle dinamiche sociali, tematiche attuali e di interesse mondiale. Il tratto peculiare della Lange è la focalizzazione sui volti, espressioni che segnano la portata della catastrofe, rughe che diventano pieghe della terra, piccoli esseri che diventano testimoni di qualcosa di molto più grande.

L’uomo contemporaneo è ancora convinto, come cent’anni fa, che il progresso tecnologico possa avere la meglio sulle forze della natura?

Dorothea Lange American Exodus
Famiglia migrante nella contea di Pittsburg, 1938, Oklaoma

A chiudere la mostra, una serie di fotografie che invitano ad altre considerazioni sul presente.
Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale porta il governo americano ad un cambio di rotta: le esigenze morali della guerra rendono necessarie immagini di propaganda, che ritraggano persone piene di energia e non povere e disperate. Per questo i fondi che finanziano il progetto della FSA, quello che finanziava i reportage della Lange, vengono sospesi e l’agenzia è incorporata all’Office of War Information.

Dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor, il 19 febbraio 1942, Roosevelt firma l’ordine esecutivo 9066 che stabilisce che tutti i giapponesi residenti negli Stati Uniti, anche i nati in territorio americano, vengano trasferiti in campi di ricollocamento.
Dorothea Lange viene incaricata dalla War Relocation Authority di documentare l’evacuazione e il ricollocamento di 120.000 persone d’origine giapponese, nonostante dimostri immediato disaccordo nei confronti del provvedimento. Decide di accettare comunque l’incarico, spinta dalla convinzione che un ritratto fedele delle operazioni sarebbe stato utile per il futuro. I comandanti militari colgono il punto di vista critico della Lange e sequestrano le immagini, che resteranno censurate nei National Archives fino al 2006, alcune visibili nella mostra.

Il linguaggio di Dorothea Lange è quello della fotografia documentaria e lei continuerà la sua ricerca con questo tipo di scrittura; dalla primavera del 1943 racconta la vita e il lavoro di italiani, jugoslavi e minoranze di lingua spagnola sulla costa occidentale e nel 1944 collabora con Ansel Adams per la rivista Fortune, producendo un reportage sul cantiere navale Kayser a Richmond, dove molte donne erano impiegate come saldatrici per la costruzione delle navi da guerra.

Come ultimo progetto vuole creare una documentazione fotografica sulla società degli anni sessanta, avvalendosi dell’aiuto di giovani fotografi indipendenti, ma muore nell’ottobre del 1965, mentre viene allestita la prima grande retrospettiva in suo onore, inaugurata al Moma di New York nel 1966.


Credits: Dorothea Lange. Storie a Scatti: American Exodus © Reinhard Schultsìz, Galerie Bilderwelt, e mandr.agor.art

Un romanzo che racconta la storia di una pittrice in quello stesso epriodo storico è L’artista, di Barbara A. Shapiro