Testimone dell’esodo: parole e immagini

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Emanuele Confortin è un giornalista e fotoreporter indipendente che si è specializzato sull’Asia Meridionale. Il focus del suo lavoro è dedicato agli approfondimenti di tematiche di attualità internazionale che si snodano tra gli intrecci di parole come migrazioni, minoranze e strategie energetiche. Il suo è un punto di vista privilegiato per due motivi, il primo perché la laurea in Lingue e Civiltà Orientali all’Università Ca’ Foscari di Venezia gli permette di avere una visione più completa delle culture a cui si avvicina per compiere le indagini. Il secondo perché la sua esperienza diretta gli consente di avere un “reale” punto di vista e lui viaggia, soggiorna e si sposta frequentemente in India, Pakistan, Cina, Iran, Turchia, Palestina, Grecia e Balcani.

Negli ultimi sei anni c’è un chiodo fisso attorno a cui ruotano i suoi reportage e così dal 2011 inizia a seguire le rotte migratorie che dall’Asia si muovono verso il Medio Oriente per poi riversarsi in Europa. Il primo impatto con l’esodo avviene nelle pianure del Pakistan meridionale sfiancate dalle alluvioni; poi si muove più a nord, sulla via per l’Afghanistan dove infuria la guerra ai talebani, causa di una continua emorragia di esseri umani, costretti a fuggire dalle proprie case. Come egli stesso afferma «Chiamateli come volete: profughi, rifugiati o migranti. Alle loro spalle c’è la guerra, e come un tizzone ardente brucia senza sosta».

Questo è il seme che dà vita al libro Dentro l’esodo, migranti sulla via europea, pubblicazione autoprodotta, che propone una visione complessiva delle migrazioni del nostro tempo, attraverso tre punti di osservazione distinti: conoscere le cause e le conseguenze politiche delle migrazioni, ascoltare le testimonianze dirette di chi vive, da dentro, la via europea, vedere le dinamiche dell’esodo attraverso più di 100 scatti, tutto ciò vissuto sulla pelle viva, spettatore di immagini e voce parlante.

Copertina del libro, progetto grafico di Alessandro Gatto

Ecco allora che Dentro l’esodo non deve essere considerato come un libro fotografico o una raccolta di testimonianze, ma rappresenta un progetto giornalistico articolato. Sarebbe sbagliato immaginare questo volume come il risultato di un lavoro poiché è solo l’inizio di un dossier che si propone nuove ricerche e incontri con i protagonisti, a volte dimenticati o trascurati, di questo fenomeno sociale.

L’indagine sviluppata da Dentro l’esodo si propone di mettere in evidenza le cosiddette ‘five W’ del giornalismo: chi? cosa? dove? quando? perché? cercando sin dal principio di trascinare il lettore negli eventi.
Queste le relative risposte:
Chi: Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini.
Cosa: Attraversano deserti, confini e mari per raggiungere l’Europa, spesso a costo della vita.
Dove: Dall’Asia, dall’Africa e dal Medio Oriente.
Quando: Giorno dopo giorno, in un’epoca segnata dal rapido mutamento delle politiche europee.
Perché: Guerra, oppressione, terrorismo, fame, povertà, cambiamenti climatici.

Informazioni laconiche, non sufficienti a saziare la nostra curiosità e così poniamo direttamente a Emanuele Confortin, che mercoledì 22 febbraio presenterà il volume presso la Tipoteca di Cornuda (la prima di una serie di date in programma), alcuni interrogativi.

Migranti alla porte del Balcani

Cosa significa essere spettatore di un esodo?

Significa cercare di addentrarsi quanto più possibile negli avvenimenti. Trascorrere ore, giorni interi anche semplicemente ad annusare l’aria di un campo profughi, e ovviamente ascoltare senza condizionamenti le testimonianze di chi l’esodo lo vive davvero. Il contatto, e per quanto possibile anche la condivisione dei disagi, sono elementi sostanziali del mio lavoro in modo da rendere la narrazione efficace.

Nel tuo lavoro prevale la scrittura o la fotografia?

Senza dubbio la scrittura, sin dall’inizio, nel 2003. Tuttavia come me c’è sempre stata una reflex digitale. Considero le foto come un elemento irrinunciabile nel lavoro giornalistico, soprattutto per quello ‘sul campo’, che mi ostino a voler svolgere. Oltre a integrare i miei scritti, la fotografia è un’imposizione che mi sono dato. Scattare delle foto, soprattutto in situazioni complesse, mi obbliga ad avvicinarmi al centro della scena. Se dovessi ‘solo’ scrivere potrei tenere le distanze, anche solo cinquanta metri, ma questo mi priverebbe del contatto diretto con quanto sta accadendo. Ecco, la fotografia è una sorta di garanzia di presenza sul posto.

Quanto tempo hai trascorso sul campo?

Sebbene io abbia posto come punto di inizio del libro il 2011, ovvero quando mi occupai dei profughi in Pakistan, in precedenza avevo lavorato molto soprattutto in India. Dai pogrom contro i cristiani in Orissa, al Corridoio Rosso dei Maoisti in Chhattisgarh, per passare al Kashmir, agli slum di Mumbai e altro ancora. Ad ogni modo, a partire dal Pakistan Dentro l’esodo conta circa cinque mesi di lavoro sul campo, divisi in otto viaggi diversi.

Nomadi kouzari dei monti Denaro in Iran, per i quali è in corso un massiccio spostamento verso le città a scapito delle attività tradizionali

Riesci a mantenere un distacco da tutto ciò che vedi e ascolti?

Purtroppo un po’ alla volta ci si fa l’abitudine. Questo non significa essere insensibili alle situazioni e alle tragedie dei migranti, ma credo di riuscire ad attuare un ‘metodo’ efficace per testimoniare i fatti senza un coinvolgimento eccessivo, che rischierebbe di compromettere la credibilità del lavoro. Faccio in modo di essere obbiettivo. Di certo però quanto accadono episodi come quello dell’attraversamento del Suva Reka, al confine greco-macedone, è davvero difficile non essere coinvolti. L’episodio è descritto nel capitolo Il Fiume, credo sia stato uno dei momenti più difficili del mio lavoro sui migranti.

Come consideri l’informazione che oggigiorno è così facile (apparentemente) reperire in internet?

La rete offre l’occasione di essere informati e ottenere aggiornamenti su vari argomenti, da tutto il mondo. Io stesso collaboro con ottime riviste online, una tra tutte East online, pertanto ‘rete’ non è per forza sinonimo di scarsa qualità. Mi spaventa però la corsa all’anticipo, fomentata dall’immediatezza del web. Talvolta arrivare primi vale più di essere precisi, o di sviluppare una notizia offrendo ‘profondità di campo’. Non tutti i lettori riescono a discernere le fonti presenti in rete, e questo credo sia un rischio, soprattutto per i più giovani.

Dedichi un intero capitolo alla parola dignità, perché?

Le tre linee guida del lavoro sono il tempo, lo spazio e l’evoluzione politica in materia di migrazioni. Il tempo, come già accennato, va dal 2011 a gennaio 2017. Lo spazio include il Pakistan, l’Iran, la Turchia, la Grecia e i Balcani, con più di 15mila chilometri via terra. L’evoluzione politica riguarda il passaggio dalla strategia delle “braccia aperte” alla crisi di Schengen, quindi alla chiusura dei confini sulla Via dei Balcani, poi ancora l’accordo tra UE e Ankara sui migranti, quindi l’accordo bilaterale con Kabul per rispedire in patria i migranti afghani. Ho visto come sono cambiate le cose sul campo, e vi posso garantire che a pagare il prezzo più alto sono stati, e lo sono ancora, proprio i migranti, costretti a vivere in condizioni limite all’interno di tendopoli a volte prive di riscaldamento. Condizione inaccettabile in Europa.

Migranti a Presevo, Serbia

Quale in ricordo più emozionale e quale il ricordo più straziante?

Ricordo molto bene il “nodo” di Preševo, in Serbia, nell’ottobre 2015, e come accennato pocanzi l’attraversamento del fiume Suva Reka… poi ancora una coppia di anziani in fuga dal Medio Oriente, incontrati nel 2015 al confine tra la Turchia e la Grecia. Avevano passaporti italiani, sicuramente falsi. Me ne sono reso conto quando ho provato a scambiare con loro un saluto, tenendo il mio di passaporto in bella mostra. Nei loro occhi ho visto il timore di essere scoperti. Il ricordo più emozionante è senza dubbio sapere che la piccola Shahla, bambina fuggita con la madre e il padre dalle bombe di Alpeppo, è riuscita ad andare a scuola per la prima volta all’età di 10 anni, grazie a un gruppo di volontari italiani. La lista però sarebbe molto lunga.

Incomprensioni e i pregiudizi continuano a minare le fondamenta dei processi di conoscenza e di integrazione a favore di un crescente e generalizzato sentimento di paura. Secondo te, perché?

È un tema molto complesso… posso dire però che poche persone si sforzano davvero di conoscere cosa significa migrare oggi giorno. Io rispetto ogni posizione. Non sono uno xenofilo, e condivido i timori di quanti si oppongono alla creazione, in Italia, di centri di accoglienza di grandi dimensioni, magari in zone isolate. Sono soluzioni inefficaci, per i migranti che restano così isolati dal contesto in cui -forse- dovranno vivere, e per chi risiede nell’area. Non posso però accettare manifestazioni di disappunto verso le politiche migratorie italiane o europee basate sul sentito dire e impregnate di ignoranza. Purtroppo accade molto spesso, e avendo conosciuto le condizioni dei migranti, questa superficialità non può essere tollerabile.

Quale sarà il tuo prossimo lavoro?

Mi sto preparando per Mosul, in Iraq.

Allora, semplicemente, buon viaggio.