Counseling in azienda | Italiandirectory

Il counseling educativo in azienda

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Definizione e significato

Il termine counseling deriva dal verbo inglese to counsel. Prima ancora risale a quello latino di consulo-ĕre, che significa “consolare”, “confortare”, “venire in aiuto”. E già in questa traduzione sta tutto il programma di quella che chiamiamo in italiano “consulenza educativa”.

Nel 1951 la parola counseling è usata da Carl R.Rogers nell’opera Counseling and Psychotherapy per indicare una relazione nella quale il cliente è aiutato nelle sue difficoltà senza rinunciare alla propria libertà di scelta e alla propria responsabilità; ma anche per distinguerla dalla psicoterapia.

A tal proposito precisiamo subito che mentre quest’ultima si occupa di disturbi importanti della personalità, di patologie che creano gravi compromissione del comportamento, notevoli disagi, sofferenze, il counseling invece affronta problemi relativi a dinamiche interpersonali, in special modo ai conflitti e difficoltà individuali nella soluzione di problemi quotidiani.

La psicoterapia è svolta da un medico psichiatra, il counseling, invece, da un professionista, il counselor, in grado di aiutare un interlocutore in problematiche personali e private. In base ad abilità e competenze possedute, il counselor può essere sia uno psicologo, sia un medico, sia un operatore sociale, sia un educatore professionale.

Quale il fine e quale il mezzo del counseling?

Il fine del counseling, e quindi del counselor, è quello di aiutare il cliente a risolvere i propri problemi quotidiani, saper fare proprie le scelte di vita, ottimizzare la gestione dei rapporti interpersonali, eliminare eventuali conflitti facendo leva sulle potenzialità che il cliente ha di trovare da sé e in sé le soluzioni.

Il mezzo è la comunicazione efficace e quindi tutte le tecniche ad essa connesse, per favorire un’adeguata conoscenza di sé, sviluppare e potenziare la consapevolezza e lo sviluppo delle risorse personali, migliorare le proprie competenze relazionali ed il proprio stile di vita.

Status giuridico del Counseling in Italia

Il counseling è una professione non organizzata, ovvero priva di una legge istitutiva e di un ordine professionale. Con la legge 4 del 14 gennaio 2013, “in materia di professioni non organizzate”, il counseling è stato inserito tra le professioni intellettuali, per esercitare le quali non è necessario seguire alcun iter specifico.

Il singolo professionista ha tuttavia la facoltà di qualificarsi professionalmente e formalizzare le sue competenze attraverso la frequenza di un percorso personale ottenendone la certificazione. A tal proposito sono stati istituiti diversi master, in questo settore, da varie Università pubbliche e private.

Con una nota del 24 marzo 2014 il Ministero della Salute, su richiesta del Ministero dello Sviluppo Economico, ha chiarito che l’attività di counseling non interferisce con le attività riservate per Legge agli esercenti le professioni sanitarie.

Counseling in azienda: a cosa serve? | Italian-directory.it

A che serve il couseling in azienda?

Nelle aziende, dagli anni ’90 in poi, si è sviluppata la tendenza a ricorrere al counseling perché si è cominciato a prestare attenzione al benessere psicologico del lavoratore affinchè questi mantenga e potenzi la produttività personale e contribuisca, insieme ai colleghi, alla mission dell’azienda.

In particolare si è compreso che per un buon andamento produttivo e organizzativo erano e sono necessarie non solo la competenza professionale (aspetto prevalentemente cognitivo) ma anche il benessere emotivo (aspetto affettivo).

Quali fattori contribuiscono al ricorso al counseling

In genere si tratta di problemi riscontrati durante il lavoro: dalla relazione fra colleghi all’assenteismo, dalla motivazione al lavoro alla coesione organizzativa, ma, soprattutto, la frequente presenza di conflittualità fra pari o fra categorie diverse all’interno dell’azienda. Tutto questo e altro ancora hanno portato i manager, gradualmente, a centrare l’attenzione sulla persona prima che sulla produzione, anche per il buon risultato di quest’ultima.

Negli ultimi 20 anni si è cominciato a riconoscere che i lavoratori entrano nelle organizzazioni con un proprio bagaglio culturale, cognitivo ed emotivo, con delle storie individuali, a volte problematiche, con delle modalità relazionali proprie e strutturate, con delle forme di comunicazione diverse, con varie visioni del mondo e della realtà, specialmente oggi, dato l’aumento dell’immigrazione e quindi di presenze lavorative portatrici di altre culture e altri linguaggi.

L’entrata nel mondo del lavoro, da parte dell’operaio o impiegato che sia, comporta necessariamente l’adattamento a nuove formalizzazioni culturali che provengono dalla mission dell’azienda, dal clima organizzativo, dalla visione d’impresa. Al contempo l’impresa si fa conoscere, si mostra come corpus organico e quindi procede possibilmente all’integrazione fra istanza individuale e quella organizzativa. Ma prima di tutto essa dovrebbe porre attenzione all’interazione collettiva.

Interazione collettiva vuol dire che i membri di un’azienda sono innanzi tutto parti singole che inter-agiscono fra di loro in un sistema il quale è, prima di tutto, comunità di individui che vivono e operano insieme ad un progetto unitario e condiviso. Si tratta di passare da una visione verticistica dell’azienda ad una visione sistemica, dove tutto converge verso il centro e il centro si espande all’esterno. Sembra utopistico, specie in certe realtà imprenditorali, ma se non ci si pone in quest’ottica anche l’attenzione al cliente (lavoratore) e quindi l’utilizzo del counseling diventano interventi sporadici a macchia di leopardo.

Detto ciò, il counseling diventa uno strumento potentissimo di miglioramento e potenziamento della risorsa umana. Se un lavoratore o un quadro o un manager richiede l’aiuto di un counselor è chiaro che ha bisogno di risolvere un problema o superare una difficoltà. Il counselor ascolta, pone poche domande, utilizzando tecniche comunicative efficaci, che aiutino il cliente a conoscersi e principalmente a trovare il focus del proprio bisogno. Una volta identificato il problema, usando competenza e insieme empatia, sempre attraverso una comunicazione efficace, il counselor induce l’interlocutore a trovare da sé la soluzione del problema.

Il counseling come formazione permanente

La forza di questo tipo di intervento educativo sta proprio nello sviluppo dell’autoconsapevolezza, dell’autostima, del benessere, fattori che derivano dalla chiarezza fatta in se stessi. E’ un’autoformazione che rientra a pieno titolo nella formazione permanente. Il lavoratore può così rientrare nell’azienda-comunità, con serenità e senso di appartenenza, perché alla fine di questo si tratta: sentirsi parte integrante dell’organizzazione.

Si passa così inevitabilmente dal counseling individuale a quello organizzativo in un continuum che vede sempre l’intervento sul singolo ma collocato in un’azienda la quale a sua volta ne trae beneficio per “contaminazione”, oseremmo dire. L’intervento sul singolo si distende nel sistema e il sistema si alimenta di esso.

Il processo sopra descritto non è però così semplice e “naturale”. Infatti, il counselor presta un intervento individuale ma se chi chiede aiuto è un membro di un’organizzazione e il problema che presenta nasce all’interno di essa, il consulente non può prescindere dal fatto che inevitabilmente dovrà tener presenti altri interlocutori.

Questo rende il lavoro del counselor particolarmente impegnativo, perché in questo caso si trova a intervenire all’interno di una rete costituita da più soggetti che hanno bisogni diversi e con i quali si instaurano inevitabilmente dinamiche diverse.

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Per questo motivo, tra le sue competenze risulteranno importantissime un’affinata capacità di osservazione e di ascolto ed una grande flessibilità, senza mai dimenticare il problema individuale originario per risolverlo e, soprattutto, non disperdersi.

Oltre a ciò va sottolineato che nel counseling individuale viene privilegiata l’attenzione alla sfera emotiva per far emergere i bisogni autentici dell’individuo. Ma l’organizzazione, per sua natura fa leva sulla sfera cognitiva e spesso fa sì che questa prevalga nettamente su quella emozionale. Questo orientamento non tiene però conto del fatto che molti comportamenti sono generati proprio dal lato emozionale che si vuole gestire.

Tuttavia, sembra che oggi i manager prestino più attenzione all’aspetto emotivo perché hanno compreso che, se ben coniugato con quello cognitivo, porta a maggiori e migliori risultati produttivi. Pertanto, l’intervento del counselor che si interfaccia con il singolo, sprigionando esigenze, desideri, motivazioni ecc. deve saperle poi opportunamente incanalare al fine di migliorare il rendimento e la relazione dell’individuo all’interno dell’organizzazione. E l’organizzazione indubbiamente ne trarrà beneficio sul piano comunicativo-relazionale e, conseguentemente, su quello del rendimento e della produttività.

A supporto di ciò, va infatti detto che il counselor, quando svolge il suo lavoro in azienda, dovendo prestare attenzione sia al singolo sia alla collettività, dovrà usare approcci diversi (direttivi, semidirettivi, rappresentativi) a seconda dei momenti in cui opera ovvero distinguendo le sue modalità di intervento, a seconda che si trovi davanti ad un singolo o a più clienti.

In conclusione

Come si diceva all’inizio, la concezione dell’uomo al lavoro è cambiata da decenni, anche se la realtà produttiva, specialmente in un periodo di crisi come quello di oggi, spesso la trascura. Ma proprio per quanto detto sopra, possiamo affermare che, oggi più che mai, il counseling si rivela fondamentale, sia per l’azienda che per il singolo.

Occorre, cioè, tenere in considerazione che la presenza di un counselor all’interno dell’organizzazione può offrire un supporto psicopedagogico e formativo ai fini del mantenimento di un buon clima relazionale e collaborativo. Da questo, la produzione trarrà indubbiamente grandi vantaggi.