Checco Zalone: Tolo Tolo

Sembra che il film di Checco Zalone, regista e interprete di Tolo Tolo, divida l’opinione pubblica polemizzando, a favore o contro, come del resto sembra succedere normalmente in politica.

E infatti Tolo Tolo pur nella sua valenza di comicità, vorrebbe trovare un risvolto sociale nell’attualità e nella politica.

Purtroppo, a mio avviso, nonostante gli sforzi di Checco Zalone per mantenere viva l’attenzione dello spettatore con ironia e sarcasmo, passando dall’imprenditore fallito all’identificazione del Duce che parla a “faccetta nera”, fino all’immigrato, il film finisce per scadere nella noia reiterando fatti (e misfatti) sociali, che ormai tutti conoscono e che, alla fine, finiscono per non dire nulla di nuovo.

Forse il merito del regista ed interprete è quello di mettere in evidenza i problemi che affliggono l’Italia in un quadro, dipinto a tinte fosche, attraverso un fisco nemico e predatore che contribuisce a far fallire le imprese, difendendo la speculazione, favorendo la fuga di capitali all’estero, mentre dilaga la corruzione di politici e amministratori.

Ma è sull’immigrazione, che sembra addentrarsi il desiderio del regista, in un tema così vasto e complesso, qui affrontato, con superficialità, allo scopo di far ridere. E’ questo infatti il movente che sembra aver suscitato le polemiche più accese al film con accuse di qualunquismo e razzismo.

La trama si snoda attraverso la fuga dell’interprete in Africa dalla finanza, dopo il fallimento della sua impresa, alla dichiarazione di morte per favorire gli interessi dei parenti, al colpo di fulmine per una ragazza di colore, mai ricambiato, fino all’accordo con i trafficanti e all’imbarco come rifugiato per ritornare in ltalia.

Si alternano battute e scene spiritose, tra musiche e canzoni azzeccate, associate alle scene. Sul finire della storia, si snoda la parte meno felice del film, dal sapore fiabesco, con l’inserimento di alcuni cartoni animati dal significato della “parabola di redenzione”, con l’inevitabilità del proprio destino di nascita.

Le cicogne portano dei bambini neri più sfortunati in certe regioni disagiate del nostro pianeta, ed altri piccoli che nascono nei Paesi più sviluppati.

L’assoluzione, nel quale il film sembra trovare il motivo di felicità per l’interprete si vorrebbe realizzare nel costante aspetto del “sognatore”, come prospettiva di una vita “fantastica” ed irreale.

Il paradosso si evolve nell’”intreccio” del sentimento d’amore sbocciato per la donna africana che accompagna un bambino di colore, dove, nel rapporto con quest’ultimo, e l’esiliato Zalone, sembra essere forse la parte più autentica del film nel trasporto sentimentale con il piccolo, anche se il lieto fine, con il ritrovamento del vero padre, fa scadere nel “vissero felici e contenti”…

Gianfranco Missiaja
Gianfranco Missiaja, architetto e artista, ha esposto le sue opere in più di 90 Mostre internazionali. Ha pubblicato numerosi testi di critica e storia dell’Arte e una Guida alla 57a Biennale Internazionale d’Arte di Venezia.