A cena con Garibaldi | Racconto di Antonio Pedroni

Garibaldi presentato in un “fuoriscena storico” immaginato da Antonio Pedroni.
Conversazioni tra uomini-marinai e incontri con nobili signore; l’idea di coltivare patate nel futuro e un piroscafo armeggiato al molo che attende; ipotesi e suggestioni.
Buona lettura.

A cena con Garibaldi

– Domani sera arrivo Maddalena. Aspettovi cena ore 18. Giuseppe –
Il messaggio non riportava null’altro. Sufficiente perché mi agitassi. C’eravamo visti il mese scorso, prima che partisse per Caprera, ma con lui non era mai solo una cena tra amici, era di più. Era stato il mio generale. Un eroe mondiale.
Veniva spesso alla Maddalena per distrarsi un po’ e così andavamo da alcune amiche a passare qualche ora in allegria.
Il tempo pareva si fosse dimenticato di lui.

Per essere ottobre era piuttosto fresco, ma ci voleva altro per i suoi reumatismi.
Arrivato alla solita osteria, lui era già seduto nella saletta che l’amico oste gli riservava ed era in compagnia di alcuni suoi ex ufficiali e un paio di giornalisti.
Dopo i convenevoli, mi volle vicino.
«Sapete, Antonio, ho bisogno di un vostro consiglio. Vi ricordate il pezzo di terra appena dissodato che vi feci vedere l’ultima volta che veniste a Caprera? Beh, non riesco a coltivarci niente. Ho fatto portare terra, letame, ma non ho visto risultati soddisfacenti. Non cresce quasi niente.»
«Credo dovreste far innalzare muretti di pietra che lo riparino dal vento. Lo fanno su tutte le isole: dall’Irlanda a Pantelleria, ci sarà una ragione, no?»
«Sì, potrebbe essere vero. Quel campo è troppo esposto al vento e quando piove, tra l’altro, l’acqua mi porta via tutta la terra.»

Certo sentire Garibaldi parlare di orti, doveva suonare strano ai giornalisti, ma non lo aveva fatto anche il console Lucio Quinzio Cincinnato nel V secolo a.C. dopo il suo mandato? Non di parlare ai giornalisti: di ritirarsi sulle sue terre. E vivere di quello.
«La prossima primavera vorrei piantarci patate e vorrei anche provare a fare due raccolti. Mi dicono che nell’isola di Madeira riescano a farne 5-6 di raccolti! Vi rendete conto, 5-6 raccolti. Avrei risolto molte delle mie tribolazioni alimentari.»
Un giornalista annuiva confermando la notizia. Però si trattava di terre vulcaniche, particolarmente fertili; chiosava. «Ma il letame non è forse fertile?» battendo le nocche sul tavolo e accigliandosi non poco.
L’argomento lo interessava davvero. Voleva essere autosufficiente. Mantenere tutta la famiglia, i braccianti, nonché gli ospiti che lo andavano a trovare. Non voleva dipendere da nessuno. Tra l’altro non è che navigasse nell’oro.
«Antonio, non è che verreste a trovarmi e approfondire l’argomento?»
«Vi ho seguito per tutta Italia, anche a nuoto verrei.»

«Bene. Allora Gavino, cosa ci porti questa sera?»
«Eccellenza, avrei del capretto con patate cotte nella cenere…»
«Lascia stare l’eccellenza: capretto e patate. E il tuo vino rosso.»
«Pensate che potremmo andare a trovare le sorelle Piras dopo cena?» avvicinandosi per non essere ascoltato dagli altri. «Ho già provveduto, ci aspettano alle nove.»
La cena era stata frugale e presto finita. Come al solito.
«Cari amici, io e il colonnello andiamo a fare una passeggiata e fumarci un sigaro. Ci vediamo domani all’imbarco. Buona notte.»
«Anche a voi, generale. A domani.»
«A domani.»

Le sorelle Piras

Non avevo nemmeno avvicinato la mano al portoncino per bussare, che si apre «le signorine aspettano le loro eccellenze in salone, buona sera» inchinandosi appena.
La governante doveva averci visto arrivare. Ormai ci conosceva. La casa non era grandissima, al primo piano le finestre del salone riflettevano una luce che ricordava rossi tramonti sul mare. Lo scalone presto superato «caro generale, colonnello, che piacere rivedervi, vero Teresa?»
«Vi aspettavamo già la scorsa settimana» era la sorella Grazia, di una bellezza mediterranea da stordire «cosa volete, i soliti, noiosi impegni politici.»
«Ma prego, si vogliano accomodare davanti al caminetto, come va la vostra gamba generale?» aiutandolo a sedere sulla poltrona di velluto rosso, sulla quale spiccava un ricco lavoro di ricamo.
«Meglio, grazie.» Mentiva. La vecchia ferita doleva, ma sopportava.
«E voi colonnello, vi fermate molto questa volta?» sorridendo appena…
«Potrei anche, non ho grandi impegni.» Mentivo anch’io. Avevo un sacco di cose da fare, ma…
«Questo mirtillo, fatto con le nostre mani, vi scalderà, oggi è freddo» porgendo un vassoio coperto da un altro dei preziosi pizzi ricamati dalle sorelle, aspettando i periodici ritorni dei loro, ormai storici, pretendenti. Erano sempre per mare e i ritorni avvenivano mediamente ogni quindici giorni. Dodici anni di attese, arrivi, partenze, arrivi. Una breve visita, poi via, forse da altre sorelle in continente, intente a ricamare.
Marinai. Ma, in fondo, andava bene così.

«Generale, se vi togliete gli stivali vi massaggio le caviglie.»
«Mi sarebbe di grande giovamento, Grazia.»
«Colonnello, toglietevi la giacca che vi faccio un po’ di massaggi alle spalle.»
E mi ero abbandonato alle forti mani di Teresa che accarezzavano il collo, la nuca.
Anche Teresa era bella, più bassa, con il seno a stento trattenuto da un corpetto tradizionale, gli occhi scuri come i capelli lunghi fino alle spalle. Grazia, invece, era alta, con un bel seno che guardava il cielo, anche lei mora, ma aveva gli occhi chiari. Chiari come l’acqua verde del mare di Caprera. Anche lei, a volte, come la sorella, era spigolosa, aspra. Come la loro terra.
Al generale era subito piaciuta, appena vista passeggiare al molo l’anno prima. Portamento fiero, una regina. Non l’aveva più dimenticata. A dire il vero anche a me aveva fatto un certo effetto ma, come si dice: ubi major…
I mirtilli erano stati più di uno, di due… insomma, molti. Le risa si sovrapponevano. Una bella serata.
«Generale, ci racconti dell’Aspromonte.»
E aveva iniziato a raccontare, fino a Ravenna… Anita… e un groppo alla gola lo aveva sorpreso un attimo. Un attimo solo. «Cara Grazia, avrei bisogno di sdraiarmi un poco, per la schiena, la ferita, pensate che potrei approfittare della vostra ospitalità?»
«L’accompagno subito nella sua camera. Teresa, intrattieni tu il colonnello?» prendendo dal bordo del caminetto una lampada che, illuminandola, la rendeva, se possibile, ancora più bella.

Ricordavo che anche le altre volte l’approccio era stato il medesimo: la ferita, la schiena…
«Buona notte» ed erano sfumati nel buio del corridoio, non senza un breve sguardo che, come il sorriso, diceva e non diceva.
«Antonio, immagino siate stanco anche voi, se credete, potrei accompagnarvi in camera vostra, passo solo un attimo in camera mia.» Non ero più il colonnello, ma Antonio. Non ero ubriaco o stanco, che non guasta; in previsione.
«Sì, grazie, sono molto stanco, sapete, il viaggio.»
«Prendo il lume, venite, appoggiatevi a me, così.»
Ed eravamo dissolti nel buio del corridoio, lasciando al focolare il compito di schiarire appena le finestre rivolte al mare.
Dalla porta di destra giungevano smorzati gridolini «così mi fate il solleticooo, la barbaaaa, oddiooo, od…»
Il caminetto della camera di Teresa era acceso e il tepore rendeva ancora più gradevole il tutto. Bene.
«Sapete che mi vergogno, spegnete la lampada.»
«Ma vorrei guardarvi mentre vi spogliate.»
«Colonnello…» ero tornato colonnello.
Il fuoco sarebbe bastato.

L’indomani. A casa.
«Riposato bene generale?» chiedeva Teresa.
«Ho preso sonno molto tardi.»
«E lei colonnello?» chiedeva Grazia.
«Sì, bene.»

L’indomani. Al molo.
C’erano già tutti.
«Riposato bene generale?»
«Sì, bene.»
«E lei colonnello?»
«Ho preso sonno molto tardi.»
«Se vogliono salire» invitava un addetto all’imbarco mentre, poco lontano, due scialli neri appoggiati ai visi, proteggevano dal fumo acre del fumaiolo del piroscafo che il vento s’ingegnava a disperdere in giro, due giovani donne che, si sarebbe detto, salutavano con gli occhi.
Appena velati di malinconia.
Appena.