Il cassetto | Racconto di Franca Tamai

Quante volte accade che la casa dei propri genitori, fatta delle stanze in cui siamo cresciuti, sveli all’improvviso dei segreti? Nell’ordine meticoloso di un cassetto, lo sguardo cade involontariamente in un particolare, quel dettaglio richiama un ricordo, quella sfumatura un mistero.
Franca Tamai, con grande delicatezza, entra nell’animo di un uomo, un figlio, che con timido imbarazzo deve cercare qualcosa per conto della madre, e non si aspetta di trovare l’eco di una storia intuita, incompresa e dimenticata.
Buona lettura.

IL CASSETTO

Già dalle scale sentì quell’odore indefinito, che anche a sforzarsi non avrebbe mai capito di quali profumi era la mescolanza ma di una cosa era certo: era l’odore della casa dei suoi. Quando ci abitava non lo percepiva: si era formato negli anni, combinazioni misteriose di una vita. Ogni volta che tornava in quella casa e questo lo accoglieva, se ne meravigliava e lo gustava, rassicurante, come le cose che ritornano dall’infanzia.

Aprì la porta, buio e silenzio, accese l’interruttore e comparve il tinello, sopra il tavolo c’era ancora il bicchiere con il flaconcino delle gocce per il cuore. Gli parve strano quel silenzio, era abituato a sentirla trafficare in cucina: c’era sempre una pentola sul fornello o qualche stoviglia da sistemare, anche se ormai in quella casa viveva da sola. E invece quella sera lei l’aveva chiamato, non si sentiva bene, poi la corsa all’ospedale.

Dai mamma vedrai che non è niente.
Intanto questa notte mi hanno detto che devo restare in osservazione, non ho portato nulla nella fretta, mi servirebbe una camicia da notte.
Non preoccuparti ora vado a casa e poi te la porto.
Quella rosa, con il pizzo, mi raccomando.
Certo mamma
.

Entrò in camera, il copriletto perfettamente rimboccato, i balconi socchiusi, le tende tirate. Nemmeno da bambino ci andava mai nella camera dei suoi, era un posto che gli aveva sempre dato una sensazione di sacralità, era dove dormiva suo padre al pomeriggio, quando bisognava fare silenzio. Alla sera quella porta rimaneva appena socchiusa, si spegneva la luce, e tutto si assopiva.

Si rese conto che era anche la prima volta che apriva un cassetto del suo comò, non ricordava quale gli avesse detto e aprì il primo di quella lunga parata. Spostò con delicatezza gli indumenti per non turbare quell’ordine meticoloso, nella sua diligente ricerca di qualcosa di rosa. Proprio nell’angolo, sotto alla biancheria, scorse una busta, era un po’ ingiallita e aveva un rigonfiamento. La prese e constatò che era anche un po’ pesante. Chissà per quale ragione vinse la riluttanza a violare l’intimità di sua madre e l’aprì.

Si trovò tra le mani un ninnolo d’argento, di quelli che una volta si usava attaccare alla culla. Quando lo prese in mano un delicato tintinnio fece eco alla sua sorpresa. Scorse un nome inciso sull’argento un po’ annerito e non era il suo. Matteo, c’era scritto, in un elegante carattere inglese. Matteo, ripeté sottovoce, per riportare alla memoria i ricordi. Sì, una volta aveva colto quel nome, in una conversazione sussurrata.

Oggi sono andata a portare i fiori da Matteo, erano già tutti sciupati.

Era bambino ma abbastanza grande per poter cogliere le sfumature della voce, per capire che stavano parlando di qualche cosa cui a lui era preclusa la conoscenza, e infatti alla sua comparsa si zittirono e cambiarono discorso. Non ci aveva più pensato ma era bastato un attimo e quel ricordo gli era tornato alla mente vivo e chiaro. C’era anche un foglio dentro la busta. Con le mani che tremavano scorse quelle poche righe: era un attestato di Battesimo di un bambino che aveva il suo stesso cognome e la stessa data di nascita. Poi un altro, con la data della morte, due giorni dopo. Allora tutto gli fu chiaro e in quell’attimo percepì il peso di quella rivelazione.

Mamma vorrei tanto un fratellino con cui giocare, mi fai un fratellino?

Cercò di immaginarselo quel bambino ma gli compariva sempre l’immagine di suo figlio appena nato, la pelle grinzosa, i capelli radi e chiari su quella testolina un po’ allungata, le mani chiuse a pugno, in difesa, ad affrontare quel nuovo mondo sconosciuto. E sentì la stessa tenerezza di quando lo vide per la prima volta. Almeno ci fosse una fotografia a dargli un aiuto a rendere quella situazione più reale. Almeno avesse avuto qualche dettaglio per capire che cosa era successo.

Sapere chi era nato per primo, se li avevano messi a dormire nella stessa culla, o se li avevano subito separati perché lui piangeva o perché avevano capito che non ce l’avrebbe fatta.

Chissà se, senza rendersene conto, avesse sentito la sua mancanza, avesse convissuto inconsapevolmente con il senso della privazione. Era come negare a un bambino la consapevolezza che la persona a cui voleva bene era morta, lasciando che viva quella lontananza come un abbandono. Forse i rapporti con i suoi genitori sarebbero stati diversi se non ci fosse stata quella perdita. Se li aveva segnati, forgiando la loro vita e la sua e se quel dolore li aveva anestetizzati verso quelli futuri.

Se l’avevano amato di più per colmare il vuoto, o forse di meno perché ricordava loro quel dolore. Se lo avessero ritenuto responsabile.

Pensò a suo padre che se n’era andato senza rivelargli quel segreto, nemmeno quando lui era diventato grande, nemmeno quando era diventato padre. Forse non aveva saputo da dove incominciare, è difficile riprendere un discorso quando si ha perso l’abitudine di farlo.

Per la mamma era diverso.
C’erano state molte opportunità: avevano condiviso momenti difficili, nel dolore, e poi attimi di gioia che li avevano accomunati, nei quali ci sarebbe stata l’occasione.
La camicia da notte rosa non c’era. Ne prese un’altra, bianca.

Tutto a posto mamma, stai tranquilla.

Immagine di copertina © Ph. Francesca Zanette

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