Burrocacao di Ilaria Fidone

Inizia con Burrocacao, vincitore di Figuracce, il primo concorso de Il Portolano, la rassegna settimanale dei 12 racconti finalisti: dal 20 marzo al 5 giugno ogni martedì una storia umoristica, ironica o riflessiva, una figuraccia!

Il primo posto è stato assegnato al racconto di Ilaria Fidone con questa motivazione della giuria:

Nel racconto vincitore la voce narrante è femminile e parla, in controtendenza ai tempi attuali, di una vita bella e piena, di un rapporto di coppia completo e divertito. Tuttavia la figuraccia è implacabile e irrompe senza pietà in un luogo pubblico: ne è causa una pagina memorabile della letteratura mondiale. È un racconto composto su due piani temporali – evidenziati dal dialogo e dalla descrizione – e mette in scena molti e ben definiti personaggi in pochissime righe.

BURROCACAO

SBAM!
«Dobbiamo trasferirci!», strillo sbattendo la porta di casa, «subito!»
«Ma se abbiamo traslocato un anno fa», mi risponde lui dal divano, placido placido.
Ok, devo migliorare la mia entrata alla Quentin Tarantino.
«Ti dico che dobbiamo trasferirci», piagnucolo lanciandogli addosso una scarpa, ma lo manco di mezzo metro.
Lo so, la mia schiacciata alla Mila Hazuki lascia a desiderare.
«A meno che i vicini di casa non ti abbiano minacciata di morte, io non me ne vado», bofonchia stiracchiandosi.
Mi accascio sulla poltrona, gomiti sulle ginocchia e testa tra le mani.
Lui si stropiccia gli occhi e poi incrocia le braccia.
«Vuoi veramente cambiare casa?»
«Sì».
«Dimmi che c’è».

Alla fermata dell’autobus ci sono tanti infelici che attendono con trepidazione di essere schiacciati e pressati fino a destinazione, ovvero l’ameno luogo lavorativo.
Mi guardo intorno e mi accorgo di essere un’outsider. Io sorrido.
Sono contenta perché, a me, il mio lavoro piace. Non lo dico troppo forte perché credo che, se lo facessi, su di me si abbatterebbe una nemesi sotto forma di nuovi colleghi sadici, un trasferimento in sede extraregionale, un demansionamento o tutte queste cose tutte insieme.

«Dimmi che c’è».
«C’è che devo cambiare casa, città, possibilmente nazione. Continente, sarebbe auspicabile».
«Proprio adesso che non abbiamo nessuno psicopatico come vicino? Cos’è? Non ti ricordi di Biffy?»
Biffy, alias Buford “Cane pazzo” Tannen, è stato la ragione del nostro primo trasloco.
Abitava nell’appartamento sotto al nostro e non potevamo camminare sul pavimento senza che lui ci sbraitasse contro. Per la cronaca, non eravamo soliti marciare con scarpe chiodate a ore strane della notte. Ci beccavamo insulti anche se solo toccavamo terra con un piede nudo. Per quieto vivere, o per pura sopravivenza, abbiamo acquisito delle abilità tali da ottenere la certificazione di “Fachiri Ninja”.
In pratica, abbiamo imparato a levitare. Da questa situazione paradossale alla Mission Impossible ci siamo salvati (per un po’) grazie a mio cugino. Un bel giorno di sole e finestre spalancate è venuto a trovarci urlando: «Certo che vi è andata proprio bene. Quanti mesi vi hanno dato di domiciliare? Solo sei? Embè, per tutto quello che avete fatto sono pure pochi! Mi raccomando, prendete le medicine, ché se avete un altro raptus non vi ridanno le attenuanti».
Da quel giorno abbiamo smesso di fare i Baroni Rampanti da una sedia all’altra e abbiamo toccato terra.

L’autobus sta arrivando. Me ne sto zitta e immusonita ma dentro rido. Rido perché finalmente amo la casa in cui vivo. Abbiamo appena terminato di arredarla, nei pomeriggi d’estate le pareti si accendono d’arancio e le piante sul terrazzo non mi hanno ancora richiesto di porre fine all’accanimento terapeutico nei loro confronti bloccando idratazione e concimazione. E sono soddisfazioni, conoscendo i miei precedenti.

«E Olindo? Cosa mi dici di Olindo?», mi punzecchia lui.
Olindo è associato al trasloco numero due.
Era un pensionato che viveva proprio sopra di noi e aveva la passione dell’arredamento, a cui doveva dare assolutamente sfogo nelle ore tra il tramonto e l’alba. Passava la notte a spostare mobili: dal forno al divano, dalle sedie al letto matrimoniale.
Di mattina si recava alle Poste a prelevare la pensione. Ogni mattina. Convinto che le impiegate per sfinimento gliela avrebbero sganciata due volte nello stesso mese. Di pomeriggio, invece, dormiva. Era la notte che lo attivava, come un criceto.
Tutti i nostri tentativi di mediazione per farlo desistere dal movimentare casa sono andati a farsi benedire. L’amministratore condominiale ha rassegnato le dimissioni.
Noi, molto originalmente, abbiamo optato per cambiare casa.

Salgo in autobus. Iniziano gli Hunger Games ma io, forte della mia esperienza da pendolare pluriannuale, con due gomitate ben assestate riesco a farmi spazio meglio di Soldato Jane e scivolo su un posto libero. Mi sistemo per bene: borsa in grembo, cappello e guanti sopra la borsa, seconda sporta tra le ginocchia, sradico un libro dalla borsa, lo apro e inizio a leggere. Cioè, inizio a leggere senza essere spintonata contro la macchina obliteratrice, senza essere calpestata, senza dover annusare ascelle odorose posizionate all’altezza del mio naso.
Ho un lavoro, che tra l’altro mi piace, la casa che desidero, un marito che mi ama, un posto libero in autobus nell’ora di punta e un libro da leggere in pace. Praticamente un miracolo.

«Oppure la Signora Rosa? Te la sei dimenticata?», insiste lui. Quando fa così il saccente lo odio. La Signora Rosa è la causa del trasloco numero tre. Una cara signora di 92 anni, nostra dirimpettaia, con una salute di ferro a parte una grave sordità.
Aveva solo una gioia nella vita: i canali di televendite. Il suo problema uditivo la costringeva ad alzare il volume della TV fino a toccare decibel riscontrabili solo nelle discoteche il sabato sera.
Eravamo obbligati a seguire i programmi che piacevano a lei. Non usavamo neanche più il tasto VOLUME del telecomando: spegnevamo direttamente l’audio e lasciavamo scorrere le immagini perché le parole che provenivano dal suo salotto e scivolavano sotto il suo portoncino blindato e lungo il pianerottolo entravano nel nostro appartamento nettamente distinguibili.

“Abito a New York, e stavo pensando al laghetto di Central Park, quello vicino a Central Park South”. Chi è quella che mi saluta? Ah, Elisa, la mia collega. Ciao! Ci vediamo dopo, sì sì, ciao. Che labbra secche che ho. “Chissà se arrivando a casa l’avrei trovato ghiacciato, e se sì, chissà dov’erano andate”. Che schifo, il tizio seduto affianco sta tirando su con il naso, dovrebbero togliere il diritto di voto a chi fa così. “Chissà dov’erano andate le anatre”. Dovrei avere il burrocacao in borsa. Ammazza quanto urla quella tipa al telefono, sono le 8 di mattina, non può abbassare la voce? Non frega a nessuno del suo ex. “Chissà dove andavano le anatre quando il lago gelava e si copriva di ghiaccio”. Veramente, ho le labbra disastrate. “Chissà se arrivava qualcuno in furgone che le caricava tutte quante”. Dov’è il burrocacao? Nella tasca esterna non sento nulla, ho tremila cose in mano, che rabbia. Tasca interna, ecco, dovrebbe essere questo, rosa. Vediamo se riesco a leggere una frase intera. “Chissà se arrivava qualcuno in furgone che le caricava tutte quante per portarle in uno zoo o chissà dove”. Non funziona ‘sto burrocacao. È ruvidissimo. “O se volavano via e basta”. Cos’ha l’aspiratutto umano da guardarmi? E perché Elisa ha gli occhi fuori dalle orbite? L’urlatrice si è silenziata. Che sta succedendo? Una non può mettersi il burrocacao in pace? Non vi piace la marca? È della… TAMPAX? TAMPAX. Oddio.

«Ridi pure, sganasciati. A chi non capita di strofinarsi sulla bocca un TAMPAX scambiandolo per burrocacao? A me sì, ovvio. Cambiamo casa?»
Lui soffoca le risa, mi prende le mani e pronuncia tre nomi come se stesse intonando un mantra. «Biffy, Olindo, Signora Rosa».
Sospiro e capisco che le figuracce, per sopravvivere, bisogna lasciarsele scivolare addosso. Non cambio casa, però magari prendo l’autobus che passa cinque minuti prima, dài.
«Hai ragione», dico, «chemmefrega».