Biglie di Manuel Mandelli

Continua la rassegna settimanale dei 12 racconti finalisti del concorso de Il Portolano con Biglie, terzo classificato di Figuracce.

Il terzo posto è stato assegnato ex equo a due racconti, Biglie di Manuel Mandelli ed Elastico di Marco Sartorato. Rispettando l’ordine alfabetico, questa settimana pubblichiamo Biglie, premiato con questa motivazione della giuria:

È un racconto che restituisce l’ambiente di vita, di relazione e di potere nel microcosmo dell’oratorio a fine anni ‘80; mostra come allenandosi al gioco delle biglie di vetro sul terreno difficile sarà poi agevole diventare campioni sulla terra piatta. Ma c’è di mezzo la figuraccia che in questo caso ha quasi la forma della punizione divina. La scrittura è sicura e senza sbavature.
Silvia Battistella legge l’incipit di Biglie con Antonio Bortoluzzi, Presendete della Giuria, e Manuel Mandelli

BIGLIE

A quel tempo, dalle mie parti ero considerato uno tosto.
Dalle mie parti significa nella parrocchia di Santa Barbara che, pur non essendo esattamente il Bronx, nel giro vantava comunque una discreta nomea. Purtroppo, non sempre la notorietà viene apprezzata e da noi l’eccezione si chiamava Ettore. Anche se forse dovrei dire don Ettore, trattandosi del nostro parroco.

Io ero cattolico protestante: cattolico nei giorni feriali, quando frequentavo la parrocchia perché lì avevo tutti i miei amici, e protestante la domenica, quando avrei preferito svegliarmi coperto da un’eruzione cutanea pur di non andare a messa.

Tuttavia l’Ordinamento Ettoriano parlava chiaro: essere riconosciuti durante la funzione della domenica mattina, quella in cui i canti sono ancora più belli perché accompagnati dalle chitarre, era considerata condizione necessaria per poter accedere al patronato la settimana seguente. E poco importava se una domenica avevi davvero l’influenza o se la nonna ti aveva chiesto per una volta di accompagnarla a messa da un’altra parte: nel Regno di Ettore, eri colpevole fino a prova contraria.

Comunque, dicevo, a Santa Barbara ero qualcuno.
Lo ero soprattutto in quell’estate dell’89, quando il gioco delle biglie –quelle di vetro, non quella robaccia di plastica con cui si gioca in spiaggia– era tornato alla ribalta. Anche perché prima delle sei di sera faceva troppo caldo per correre dietro a un pallone.

Se per molti il gioco era una novità assoluta, per me non aveva segreti: mi ero esercitato per anni sotto casa, in un tratto di strada chiusa in cui varie stratificazioni di asfalto convivevano con voragini in cui riuscivo ad infilare un braccio intero. Gioca lì, mi diceva mia madre, che lì le macchine non ci passano ed è sicuro. Sul fatto che non ci passassero non avevo dubbi, ma confesso che l’ultima parte della frase l’ho sempre trovata un tantino ottimista.

Provate quindi ad immaginare il mio stupore quando, in parrocchia, vidi alcuni ragazzi giocare a biglie sulla piatta e regolare terra battuta. E adesso provate a pensare a che divario tecnico poteva esserci tra me e loro, abituato com’ero a dover tener conto di pendenze, tombini, crateri e pacchetti di sigarette abbandonati. A questo punto, non vi dovrebbe essere troppo difficile vedermi rincasare tutte le sere con le tasche stracolme di biglie vinte agli avversari.

Se l’estate fosse durata anche solo un mese di più, a Santa Barbara sarei diventato una leggenda. Invece, per me quell’estate finì sabato 9 settembre.
Quel giorno, verso le cinque e mezza del pomeriggio, dopo l’ennesima partita a biglie che aveva riempito le mie tasche del solito consistente bottino, uno dei miei amici se ne uscì con un’idea: perché non andiamo a messa stasera?

Lo fissammo sbalorditi. Perché nessuno ci aveva mai pensato? La messa della domenica durava un’eternità per colpa dei canti, ma tutti sapevano che quella del sabato sera la celebrava don Giorgio: quaranta minuti ed eri fuori. Inoltre don Ettore lo assisteva, per cui sarebbe stato facile farsi riconoscere.

Quel sabato la chiesa era mezza vuota. Niente a che vedere con lo spettacolo della domenica mattina, che molti preferivano gustarsi in piedi pur di non dover arrivare in anticipo. Ci sedemmo davanti, lasciando libere le prime due file; farsi notare andava bene, ma sempre senza esagerare. Dietro di noi, la gran parte dei presenti era concentrata nelle file centrali. E sul fondo, come sempre, quelli che chiamavamo gli Sbam: gente solitaria a cui piaceva occupare le ultime file per starsene in pace, ma che, secondo noi, si metteva lì per non esser vista mentre se ne andava nel bel mezzo della cerimonia, la fuga silenziosa tradita solo dal richiudersi della pesante porta di legno. Sbam, appunto.

Quella sera sembrava che nessuno respirasse o si muovesse. Ricordo di aver pensato che, se proprio dovevo tossire, tanto valeva alzarsi e farlo direttamente al microfono. Fu in quel silenzio irreale che don Giorgio fece il suo ingresso seguito a ruota da don Ettore, il quale ci rivolse un’occhiataccia per mettere subito in chiaro ciò che pensava della nostra furbata. Però una messa era una messa, altrimenti cosa avrebbe dovuto dire il povero don Giorgio, a cui veniva sempre rifilata la fascia con gli ascolti più bassi?

La funzione ebbe inizio e tutto filò liscio fino al Padre Nostro. Quando ci alzammo in piedi per recitare in coro la preghiera, un rumore metallico attirò la mia attenzione.
Venga il Tuo regno.
Una specie di tintinnio. Ma non era l’ora di far risuonare i campanelli. Che don Ettore avesse sbagliato l’attacco?
Sia fatta la Tua volontà.
Tin… Tin…
Come in Cie…
Ti-Ti-Tin-TIN-TI-TIN!

Con la coda dell’occhio registrai uno strano movimento nel corridoio centrale, tra le due file di panche. E solo allora mi resi conto. D’altronde, come avrei potuto riconoscere quel tintinnio? Io una biglia di vetro che rimbalza sul marmo di una chiesa durante il Padre Nostro non l’avevo mai sentita, per cui ci misi qualche secondo a capire. E qualche altro secondo passò prima che intuissi che la biglia in questione poteva anche essere fuoriuscita da una delle mie, di tasche –fino a quel momento, chissà perché, quell’ipotesi non mi aveva neanche sfiorato. Mentre realizzavo quel che stava succedendo, altre biglie riuscirono a guadagnarsi la libertà. Con un gesto istintivo premetti le mani sulle tasche per fermare l’emorragia, producendo come unico effetto quello di far cedere del tutto la tasca bucata.

Fu così che la fuga isolata di qualche individuo si trasformò in una grottesca evasione di massa. Decine e decine di biglie di vetro rimbalzavano ovunque, un concerto disordinato in cui nessuna andava a tempo con le altre, una grandinata che spazzò via quel che restava di un già flebile Padre Nostro. Ci sarebbero volute le maledette chitarre per coprire quel casino, ma quella era la messa del sabato sera e le chitarre sarebbero arrivate solo la mattina dopo. Purtroppo ero io quello non del tutto sicuro di arrivarci, al giorno dopo, almeno a giudicare dalla faccia di don Ettore, il quale si impadronì subito della scena andando a mettersi davanti all’altare. Poi alzò un braccio nella mia direzione e mi tenne inchiodato con l’indice, affinché tutti potessero vedere dove sedeva il colpevole. Infine mi urlò di uscire immediatamente.

Davanti a tutti. Durante una messa.
Con una mano strinsi i pantaloncini nel punto in cui pensavo potesse esserci il buco, in modo da trattenere le poche biglie rimaste. Sentivo le risate soffocate dei miei amici e il peso degli sguardi delle altre persone. Camminai sotto quegli occhi per centinaia, migliaia di metri. Finalmente arrivai al portone di legno, lo tirai e lo lasciai richiudere dietro di me. Sbam.

Scendendo i gradini della chiesa per tornarmene a casa, mi fermai a guardare alcuni ragazzi che giocavano a biglie.
“Giochi?”, mi chiese uno di loro.
Con la mano stringevo ancora la tasca che mi aveva tradito. L’ira di don Ettore sarebbe calata come una mannaia il giorno seguente e la punizione sarebbe stata esemplare. Dopo, sarei stato ricordato solo per quella. In quel momento, invece, ero ancora il re delle biglie.
“Forza, prima che faccia buio”, dissi.

Dal 20 marzo al 5 giugno ogni martedì una storia umoristica, ironica o riflessiva, una figuraccia!