Biennale d’Arte: continua la visita al Padiglione Centrale

Prosegue la visita alle sale “degli artisti e dei libri”: incontriamo 8 nuovi artisti.

GENG JANYI e JOHN LATHAM
ll libro troneggia e fa da padrone, in una grande sala. Qui l’esposizione è riservata a due artisti: Geng Janyi, nato nel 1962 nella Repubblica Popolare Cinese, e John Latham, nato in Zambia nel 1921, ora vive e lavora a Londra.

Geng Janyi propone al visitatore decine e decine di testi disposti in grandi teche, vetrine parallele, file di libri che sembrano interminabili. L’opera venne iniziata nel 1999. Glorioso tripudio della parola non pronunciata e non scritta: il libro sembra solo un pretesto per voler esprimere altro. L’atmosfera che contraddistingue l’esposizione sembra esimerci dal manuale e dalla lettura a cui siamo soliti identificare il libro. Non già quindi una storia scritta, scientifica o romanzata da assorbire con la mente per documentare, consultare, divertirci o studiare, quanto la pura essenza di un testo al quale la nostra mente può fare riferimento in un’infinità di concetti, fuori da ogni regola, in cui la nostra fantasia può spaziare. L’esempio ci viene chiarito dall’artista esponendo pagine colorate che sembrano bruciate, libri bianchi sui quali poter proiettare i nostri pensieri e tutte le nostre avventure, desideri, sentimenti, passioni passate, presenti e future.

Per John Latham, fin dal 1958, il libro rappresenta la sua massima fonte di ispirazione. Degno di nota è sapere che ha dato fuoco all’intera Enciclopedia Britannica per farne oggetto d’interpretazione in una performance raccogliendone le ceneri. Come fossero quadri, espone sulle pareti libri aperti, libri chiusi, pagine incollate, strappate. Il tema viene affrontato dall’artista in un susseguirsi di immagini che entrano ed escono dalla superficie bidimensionale diventando pittura e scultura nelle mirabili composizioni policrome. Evocano mari e terre, continenti dove la cultura e l’arte, può rappresentare la nostra storia. A partire dal 1990 l’artista si dedica ad una visione del libro come parte di un mondo: dal soffitto pendono, come lampadari, sempre dei libri di testo conglobati entro delle sfere che sembrano contornare il mondo in universi di sapienza scritta e tramandata: la cultura ci salverà?

LEE MINGWEI
In un grazioso giardinetto, firmato dall’inconfondibile design di Carlo Scarpa, ci invita ad uscire e a respirare un po’ d’aria e a rilassarci con i suoi sapienti giochi d’acqua, contornati dalle piante rampicanti. Mentre assaporiamo quest’atmosfera, una persona ci viene incontro, veste un costume tradizionale, ha un fare meditativo e trascendentale in quel suo camminare adagio, quasi a voler cadenzare, nei passi lenti e ritmici, la sua presenza. Lui è Lee Mingwei, nato in Taiwan 53 anni fa, ora vive e lavora a New York. La sua è un’arte “di partecipazione”, ama relazionarsi con i visitatori. Infatti entra nel giardino e, con gesto rituale rito, posa un piccolo dono su di una sedia. Non si sa a chi sia rivolto, forse a qualcuno del pubblico presente che non si limiterà a guardare ma, facendosi coraggio, si farà avanti per prenderlo in mano e scarterà incuriosito il pacchetto. Trattasi di When Beauty Visits, un progetto di interazione tra artista, oggetto e pubblico, dove il dono rappresenta l’essenza mistica del suo atteggiamento artistico nella condivisione delle culture diverse che appartengono alle molteplici persone con le quali viene a contatto. È un artista che non disdegna atteggiamenti che possono sembrare effimeri e inconsueti, è capace di rivelarsi, nelle sue performances, anche cucinando o addirittura dormendo insieme a chi contribuisce nella presenza alla sua arte.

LIU YE
Quando osserviamo un’opera d’arte, siamo sempre alla ricerca di un significato. Forse questo atteggiamento è errato, se pensiamo bene la parola scelta dai dadaisti per esprimere il loro movimento artistico era stata scelta ‘a caso’ dal vocabolario. È solo l’intervento dell’artista che fa risultare “opera d’arte” anche una semplice banalità, come un orinatoio rovesciato o una ruota di bicicletta posta su di uno sgabello. Partendo da questo assunto, Liu Ye utilizza i testi della più diversa natura, per connetterci ai suoi simboli d’arte o di romanzi che richiamano alla mente gli interventi dadaisti nel rovesciamento degli oggetti nel ready-made. Il suo progetto artistico opera sulle copertine dei testi d’arte e dei romanzi da lui dipinti in acrilico su tela, montati su pannelli di legno: da Piet Mondrian a Lolita. In fondo, rovesciare un quadro di Mondrain opera un cambiamento solo formale mentre una copertina di Lolita evoca il rovesciamento del concetto dell’attraente ragazzina che attrae l’uomo maturo. L’artista ci vuole far riflettere sul suo amore per la letteratura operando sui libri, come bassorilievi, dove il colore esercita l’influenza dell’interpretazione emotiva. I suoi Books Paintings rivelano la sua attrazione verso il modellismo e gli effetti prospettici illusori determinati dalla sovrapposizione delle superfici, riuscendo a ottenere delle composizioni davvero suggestive. È nato nel 1964, da padre scrittore, vive e lavora a Pechino.

ABDULLAH AL SAADI
Il tema della scrittura continua con Abdullah Al Saadi, nato nel 1967 negli Emirati Arabi Uniti e trasferitosi in Giappone, a Kyoto, dopo essersi laureato in letteratura inglese. Le sue opere iniziano dalle cronache composte da 150 quaderni che spaziano dai racconti alle meditazioni, dagli schizzi e ai diari dei viaggi compiuti. Solamente dal 2016 inizia a scrivere su rotoli, conservandoli in scatole metalliche della più diversa fattispecie: alla Biennale d’Arte di Venezia si presenta con Diary in a metal box. Rappresentano al contempo la sua memoria e una memoria collettiva del concepimento della vita nel mondo. Si evidenziano i legami con la tecnica dell’arte tradizionale giapponese nella pittura miniaturale legata alla verosimiglianza naturale. È una custodia del tempo che viene racchiusa nella complessità del mondo economico e della società dei consumi. Si manifesta quando l’artista inserisce gli scritti in scatole della più diversa natura, anche contemporanea, di caramelle, biscotti ecc. Nella dicotomia tra i suoi archetipi, nel linguaggio atavico che si perde nella notte dei tempi, nel contenitore attuale dalle sembianze tradizionali, si determina l’evoluzione, il passaggio storico estrinsecato dall’artista.

CIPRIAN MURESAN
Al centro di una saletta, troneggia su di un piedistallo un cestino di rifiuti colmo di carte. Nel catalogo della Mostra non se ne parla, e ciò potrebbe far pensare che si tratti di un vero portarifiuti, tuttavia il fatto che sia posto al centro della stanza sopra ad un piedistallo, che sia colmo di una sola qualità di elementi e forti dell’evocazione caratteristica dell’arte contemporanea nel cercare di “scorgere ciò che si trovi dietro il sipario”, ci piace proporlo in termini di opera d’arte “concettuale”. Particolare spazzatura da buttare, costruita da striscioline tutte uguali di carta bianca: appare così non come un insieme di cartacce, vecchi scontrini, buste, appunti, quanto più come l’insieme di quei pensieri che ci possono fuorviare, portandoci fuori dalla realtà. Una carta bianca: i nostri pensieri fantastici, vuoti di significato, ai quali siamo legati ma che, non essendo inutili e portandoci “fuori strada”, è meglio buttare.

Ciò si contrappone a tutta la cultura che appare appesa nei quadri alle pareti della stessa sala: disegni antichi e moderni, classici e rinascimentali, costruiti come un collage dal quarantenne Ciprian Muresan, artista romeno direttore della rivista di arte contemporanea IDEA Art + Society. Attraverso l’esposizione dei capolavori degli antichi maestri, da Giotto a Tiepolo, da Antonello da Messina a Correggio, fino a Morandi, l’artista ci ripropone in Le grand alpha de la peinture, del 2016, le icone dell’arte assoluta di tutti i tempi come percorso di evoluzione e di studi. Alcuni parlano di una raffigurazione ironica, ma, a ben vedere, si tratta di un’esperienza calligrafica, una composizione meticolosa, dove le esperienze più celebri del passato si mescolano in un susseguirsi parossistico di immagini tanto da formare un’unità in opere dove il gesto dell’artista viene esasperato nella trasposizione dei concetti che hanno costruito la nostra storia dell’arte.

TAUS MAKHACHEVA
Molti del pubblico, nel vedere il filmato presentato dall’artista russo Taus Makhacheva, si chiederanno cosa ci stia a fare un uomo che trasporta avanti e indietro dei quadri da una montagna all’altra, per inserirli in una struttura in ferro che li raccoglie. Sono 61 copie di opere d’arte che provengono dal Museo de Daghestan. Nella performance, intitolata Tightrope del 2015, l’artista dimostra il suo sforzo fisico nell’espletare l’azione. Se abbandoniamo i parametri di giudizio intrinsechi nelle trame consuete dei film ai quali siamo abituati e osserviamo le scene dal punto di vista dell’arte contemporanea, scopriamo che la solitaria azione operata nel condurre l’opera, oltre l’esecuzione dei dipinti, assume, in questo caso, la valenza della catalogazione. Il valore dell’arte viene quindi ribaltata: dall’esecuzione alla raffigurazione dell’operato per il suo mantenimento. Ma c’è di più. Ciò che osserviamo evoca lo sforzo, anche fisico, nel trasporto e nell’inserimento dei quadri come in un inventario del costruito, dove la mente incasella le immagini creative. Si tratta di quadri appartenenti a un Museo e quindi non opere dell’artista. Egli le prende a pretesto per rappresentare la nostra storia dell’arte, la nostra memoria artistica, un monito alla sua salvaguardia, in tutti i modi possibili.

JOHN WATERS
Presentando Study Art Sign, del 2007, lo statunitense John Waters provoca il visitatore mostrando che abbia trovato per caso un’insegna pubblicitaria d’epoca all’ingresso della Scuola di Belle Arti di Baltimora. Da questo casuale ritrovamento, ha poi creato le sue icone, in maniera ironica, esilarante e trasgressiva, per lanciare un messaggio: cosa è arte e dove andrà? Cosa significa fare l’artista? Le 6 opere in uretano acrilato su legno e alluminio, sono esposte in diverse salette di transito nel Padiglione Centrale. Frasi idiomatiche vengono inserite sotto una tavolozza con pennelli. Sono emblematiche di un pensiero paradossale che vuole essere trasgressivo e, al tempo stesso, divertimento e satira.