Somaskanda

L’origine del cosmo e la danza di beatitudine

In tempi ignari di scrittura, quando ogni cosa era affidata alle immagini e alla memoria, il Grande Gioco che si svolgeva nel corso degli eoni era narrato attraverso la mitologia. Astri e pianeti erano potenze attive nel cielo stellato: essi rappresentavano tutte le storie del mondo e i loro protagonisti narravano una complessa rete di incontri e accoppiamenti, di drammi e conflitti, di cadute e ascese. Ogni antica tradizione tramanda una versione propria e caratterizzante il contesto sociale e ambientale, eppure in ognuna di esse si può ritrovare qualcosa di molto simile, una traccia antica e legata a una visione comune della vita del mondo.

Nella ricchezza della tradizione indù, attraverso due ipostasi del dio Śiva nella forma di Naṭarāja e di Triyakāleśvara, ci viene narrato uno dei racconti della manifestazione del cosmo e dell’origine del tempo. Questi due aspetti della divinità coesistono e consentono di dare una visione più completa dello spazio e del tempo in una lettura cosmogonia.

Così recita un verso del Kūrma Purāṇa:

Io sono colui da cui tutto ha origine,
la divinità dimorante nella Beatitudine Suprema.
Io, lo Yogin, danzo eternamente.
2. Nataraja: By Shiva_as_the_Lord_of_Dance_LACMA.jpg, photographed by the LACMA. derivative work: Julia\talk, Public Domain.
2. Nataraja: By Shiva_as_the_Lord_of_Dance_LACMA.jpg, photographed by the LACMA. Derivative work: Julia\talk, Public Domain.

Dal punto di vista śaiva, come ad esempio nella dottrina dello Yoga, Śiva è la Divinità Suprema e pertanto Egli è colui da cui l’intera manifestazione ha origine. Infatti l’epiteto Triyakāleśvara unisce i due termini sanscriti ‘trikāla’, triplice tempo, e ‘iśvara’, Signore, a significare che Egli è il Signore del passato, del presente e del futuro. In questo modo Egli rappresenta la fine e l’inizio di ogni cosa, l’eterno presente, quell’attimo in cui l’essere individuale può riconoscersi nell’universale. Śiva è anche il motore perpetuo dell’universo, poiché Egli è Naṭarāja, Re della danza, che grazie al suo movimento incessante, mantiene la vita nel cosmo, e al contempo è Signore dei danzatori, metafora che indica tutti gli esseri umani e il loro divenire.

È interessante notare che Naṭarāja significa letteralmente Re dei danzatori, dal composto sanscrito ‘naṭa’, danzatore, e ‘rāja’, re, sovrano; è, comunque, più comune la sua traduzione come Re della danza, che in sanscrito è ‘nāṭya’, termine che indica l’intera arte drammatica: la danza, la musica e il teatro. Altre traduzioni che generalmente si usano per Śiva Naṭarāja sono Śiva danzante o Danzatore Cosmico, espressioni non etimologicamente corrette, ma pur sempre inerenti la funzione assunta dalla divinità. Questo ci interessa perché, in un’ottica prettamente artistica, come scrisse lo studioso dell’arte indiana, C. Sivaramamurti nel suo Naṭarāja in Art, Thought and Literature, “Non esiste tema di scultura o pittura che non possa essere interpretato nel linguaggio di nāṭya”.

Il tempo ‘continuo’ e la danza ‘senza fine’ sono ciò da cui e per cui tutto ha origine: essi risiedono nella sua stessa natura e ciò fa sì che queste azioni siano compiute spontaneamente e senza finalità, proprio perché la divinità si trova oltre l’ambito dei fini. Dal punto di vista iconografico, la triplice partizione del tempo di Śiva Triyakāleśvara è rappresentata nell’ipostasi di Śiva Naṭarāja dai suoi tre occhi, che corrispondono alle tre dimensioni del tempo. Questa simbologia ternaria ritorna frequentemente nella complessità e vastità della tradizione indiana.

Parvati: By Thiago Santos (Queen Sembiyan Mahadevi as the Goddess Parvati) [CC BY-SA 2.0], via Wikimedia Commons.
Parvati: By Thiago Santos (Queen Sembiyan Mahadevi as the Goddess Parvati) [CC BY-SA 2.0], via Wikimedia Commons.

La rappresentazione di Śiva Naṭarāja che abbiamo scelto di presentare è la statua bronzea del periodo Cola (pronuncia Chola), nota per la sua straordinaria bellezza anche al di fuori dell’India. Tra il IX e l’XI secolo, nel Sud della penisola, il regno di questa dinastia raggiunse l’apice dello splendore e della fama artistica per le maestranze dell’arte dei maestri artigiani. Questi furono resi ‘immortali’ per le opere in metallo ottenute con la tecnica della cera persa, di cui vediamo alcuni esempi nelle immagini dell’articolo. A Cidambaram, allora capitale del regno, fu forgiata l’opera dello Śiva danzante e le corporazioni artigiane custodirono, e celano tuttora, il segreto della lega metallica che fece diventare uniche quelle statue in bronzo. Cidambaram è, oggigiorno, un’importante città del Sud, conosciuta per l’imponente complesso templare, e luogo di pellegrinaggio in cui si svolge annualmente il Festival dedicato al divino danzatore.

Veduta del complesso templare di Cidambaram, da Chidambaram Home of Siva, edited by Vivek Nanda with George Michell, Marg Publications, Mumbai, 2004
Veduta del complesso templare di Cidambaram, da Chidambaram Home of Siva, edited by Vivek Nanda with George Michell, Marg Publications, Mumbai, 2004

Ma quelle che abitualmente sono note come statue in bronzo, in bronzo in realtà non sono. Sono piuttosto il frutto di esperimenti alchemici e formule segrete. Un antico trattato sanscrito d’arte indiana, lo Śilpaśāstra, spiega quello che è noto come ‘pañcaloha, letteralmente “cinque metalli o leghe”, che viene utilizzato in questa fusione. La mescolanza dei metalli può variare a seconda dell’importanza della scultura o della tradizione locale: ad esempio la combinazione ‘rame, oro, argento, piombo e zinco’ è usata per le statue delle divinità ed è considerata di buon auspicio; ma si trovano altresì ‘rame, oro, argento, piombo e stagno’ oppure ‘rame, stagno, ferro, piombo e ottone’ che hanno impieghi e significati diversi, come ad esempio le statue dei sovrani della dinastia.

Il testo menziona altre possibili combinazioni, fino ad arrivare ad un massimo di otto elementi, che prevedono anche l’aggiunta di arsenico e mercurio. Il numero, il tipo e la proporzione di questi metalli influisce in modo determinante nell’armonia dei colori dell’opera d’arte; è fondamentale sapere quale sarà la prevalenza della tonalità per decidere a priori l’esito finale della tonalità della statua: giallo-oro, bianco-argento, rosso-rame, bianco azzurrognolo-piombo, grigio nerastro-ferro, bianco argenteo-stagno, rosso-zinco e color argento-mercurio. Durante il processo di fusione, il maestro artigiano sceglierà la formula per ottenere quella cromaticità, unica e caratteristica, dell’arte cola e del sentimento, rasa, che l’opera stessa dovrà evocare.

Ganesh: da Pinterest, LH, Cambridge, MA, Standing Ganesha, Tamil Nadu, India. Chola period, 12th Century. Copper alloy. South and Southeast Asian Galleries, Metropolitan Museum, New York City.
Ganesh: da Pinterest, LH, Cambridge, MA, Standing Ganesha, Tamil Nadu, India. Chola period, 12th Century. Copper alloy. South and Southeast Asian Galleries, Metropolitan Museum, New York City.

Torniamo nuovamente alla statua di Śiva Naṭarāja: cosa sta compiendo la divinità attraverso i suoi movimenti? Egli danza l’origine dell’universo e, proprio per questo, l’intero sistema solare viene racchiuso nella lega metallica fusa e poi lasciata raffreddare prima di essere visibile nel suo splendore. L’Induismo, come in ogni antica tradizione, ha una sua propria scienza alchemica che, differentemente dal sistema occidentale, vede il seguente abbinamento metallo-pianeta: l’oro è Giove, l’argento è Venere, il rame è Sole e Marte, il piombo è Mercurio, il ferro è Saturno, lo stagno è Luna (il piombo, inoltre, rappresenta i due nodi lunari, settentrionale e meridionale, corrispondenti ai pianeti Rāhu e Ketu e definiti “pianeti ombra”, ma questo argomento ci porterebbe troppo lontano). In questo modo è riprodotto il sistema dei ‘navagraha’, nove pianeti, che, secondo l’astrologia indiana, hanno maggiore influenza sulla Terra.

Navagraha, da Chidambaram Home of Siva, edited by Vivek Nanda with George Michell, Marg Publications, Mumbai, 2004
Navagraha, da Chidambaram Home of Siva, edited by Vivek Nanda with George Michell, Marg Publications, Mumbai, 2004

In questa prospettiva, dunque, la statua di Śiva Naṭarāja eccelle non solo per la qualità artistica ma il suo valore accresce contemplando le implicazioni simboliche rivelate della sua immagine. Ammirandola, qualsiasi individuo potrà essere rapito da una visione estatica, strappato dalla realtà quotidiana, per ritrovarsi, inaspettatamente, egli stesso spettatore della danza ‘ānandatāṇḍava’, partecipe della manifestazione del cosmo e del suo perpetuo divenire. Ānandatāṇḍava, infatti, significa “danza di beatitudine” poiché l’immedesimazione con il divino danzatore può condurre alla Beatitudine Suprema.

Nel prossimo articolo ci dedicheremo al significato simbolico dei cinque movimenti computi da Śiva Naṭarāja nella sua danza: tutto ciò che si compie nell’Universo si ritrova nella vita dell’individuo. Cos’è l’arte se non una lettura simbolica che spinge dal macrocosmo al microcosmo e viceversa?