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L’arte nutre l’arte: i 500 anni dell’Orlando Furioso

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Una ricerca minuziosa, lunga e trasversale offre al pubblico una mostra di grande prestigio artistico, letterario e storico. L’ideazione di ORLANDO FURIOSO 500 ANNI COSA VEDEVA ARIOSTO QUANDO CHIUDEVA GLI OCCHI è merito dei curatori Guido Beltramini e Adolfo Tura, affiancati da Maria Luisa Pacelli e Barbara Guidi, rispettivamente direttrice e curatrice di Palazzo dei Diamanti, e del comitato scientifico composto da studiosi di Ariosto e da storici dell’arte. Grazie alla Fondazione Ferrara Arte e al Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, la mostra è stata inaugurata il 24 settembre e durerà fino all’8 gennaio 2017 per celebrare il quinto centenario della prima stampa dell’Orlando furioso: un percorso nell’arte che ha nutrito l’anima dello scrittore, la sua fantasia e creatività per dare vita al capolavoro che viene oggi considerato come l’ultimo tra i romanzi cavallereschi e primo tra i moderni.

Il lavoro svolto dal team di professionisti si è preoccupato fin dall’inizio di ricercare quelle opere che furono come muse per l’immaginario visivo di Ludovico Ariosto e il risultato, di altissimo livello, consente al visitatore di immergersi in un viaggio appassionante e verosimile. A onorare il poema sono le opere d’arte conosciute e ammirate dal poeta e ora riunite nelle sale del Palazzo di Diamanti di Ferrara, anche grazie al sostegno dei più grandi musei del mondo. Per citare solo alcune istituzioni: dalla The Royal Collection di Windsor proviene un’opera straordinaria di Leonardo da Vinci mentre la preziosa terracotta invetriata dei Della Robbia, raffigurante l’eroico condottiero Scipione (immagine 1), giunge dal Kunsthistorisches Museum di Vienna; dalla Galleria degli Uffizi arrivano le opere di Giorgione e di Piero di Cosimo, mentre dalla Francia San Giorgio e il drago di Paolo Uccello, per la concessione del Musée Jacquemart-André, Institut de France, e l’immaginifica e monumentale visione di Minerva caccia i vizi dal giardino delle virtù di Andrea Mantegna dal Musée du Louvre, infine, grazie ad un prestito eccezionale concesso dal Museo del Prado, tornerà in Italia dopo quasi cinquecento anni dalla sua creazione il Baccanale degli Andrii di Tiziano (immagine di testata).

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Immagine 1 – Bottega di Andrea della Robbia, Scipione l’Africano, inizi XVI sec., Kunsthistorisches Museum, Vienna.

A partire dai temi salienti del poema, la ricerca dei curatori è stata indirizzata all’individuazione puntuale delle fonti iconografiche, note ad Ariosto o coerenti con la tradizione figurativa a lui familiare, che ne hanno ispirato la narrazione. In questa prospettiva, l’Orlando furioso è il perno attorno a cui si muovono in una sorta di “dialogo artistico” dipinti, sculture, arazzi, libri, manoscritti miniati, strumenti musicali, ceramiche invetriate, armi e rari manufatti, raccolti in strutturate sezioni tematiche che alternano le fonti dell’immaginario ariostesco al contesto in cui è nato il poema. In tal maniera, il visitatore viene accolto nell’universo delle battaglie di valorosi cavalieri e nell’evocazione di un’elegante vita cortese: oltre ottanta opere, tra cui diversi capolavori assoluti del Rinascimento italiano, provocheranno una nuova, forse inaspettata, fascinazione per il poema. Abbiamo scelto alcuni topoi e alcune opere d’arte per introdurvi e invitarvi alla mostra.

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Immagine 2 – La battaglia di Roncisvalle, c. 1475-1500, Victoria and Albert Museum, Londra.

Le battaglie e i cavalieri

L’epico combattimento di Roncisvalle (immagine 2), uno dei brani più celebri dell’epopea della Chanson de Roland: ecco lo sfondo all’intera narrazione, la guerra tra cavalieri saraceni e cristiani, che si propone al visitatore grazie al monumentale arazzo che congela, in una scena di grande impatto visivo, il culmine dello scontro tra il paladino e un manipolo di saraceni, e all’evocazione dell’olifante in avorio (immagine 3) dell’XI secolo, che la leggenda vuole sia il corno che Orlando fece risuonare tra i Pirenei. Ancora, con la raffinata tecnica a gessetto, possiamo immaginare -come Ariosto stesso- cosa poteva essere stato quel concitato groviglio di corpi, colti nel vivo dello scontro, nella raffigurazione bellica (immagine 4), con l’inedita inquadratura dall’alto, di Leonardo da Vinci.

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Immagine 3 – Olifante detto Corno d’Orlando, XI sec., Musée Paul-Dupuy, Tolosa.
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Immagine 4 – Leonardo da Vinci, Una battaglia fantastica con cavalli e elefanti, c. 1517-18, The Royal Collection, Windsor, © Sua Maestà la Regina Elisabetta II 2016.

Lasciando la contestualizzazione scenografica, uno degli interrogativi posti dal comitato scientifico fu quello di chiedersi a cosa si ispirò verosimilmente Ariosto per figurarsi l’intrepido Orlando, il valoroso Rinaldo e la sorella Bradamante, bellissima guerriera, oppure Ruggiero, il saraceno convertito cui spetta il ruolo di progenitore della stirpe estense. Ecco allora che opere e oggetti diversi sono chiamati a restituire la ricchezza e la varietà di questo immaginario: l’effigie di San Giorgio innanzitutto, che a Ferrara incarnava l’idea stessa del cavaliere, il Marte guerriero, protagonista di uno dei marmi che Antonio Lombardo realizzò per Alfonso d’Este, la leggendaria figura di Scipione l’Africano, diffusa al tempo grazie a preziosi manufatti come la terracotta invetriata dei Della Robbia; o, ancora, la donna guerriera, rappresentata in mostra da un piccolo ma splendido disegno di Marco Zoppo (immagine 5) dal sapore onirico.

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Immagine 5 – Marco Zoppo, Profilo di donna guerriera con elmo, c. 1448-78, The British Museum, Londra.

Il cavaliere “moderno” ritratto nella sua luccicante armatura è il protagonista di una tra le più suggestive effigi di guerrieri del primo Cinquecento, il Ritratto di condottiero con scudiero (immagine 6), noto anche come Gattamelata, di Giorgione. Espressione di un nuovo genere di ritrattistica di uomini d’arme fiorito nell’ambito della cultura di corte dell’Italia del Nord, questa tela presenta un modello cavalleresco idealizzato e romantico, tratteggiato con grazia, languore e stilizzata bellezza.

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Immagine 6 – Giorgione, Ritratto di guerriero con scudiero detto Il Gattamelata, c. 1505-10, Galleria degli Uffizi, Firenze, su concessione del MiBACT.

La vita di corte e la ricerca del meraviglioso

Continuazione dell’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo, l’Orlando furioso è erede di una tradizione epico-cavalleresca di lunga data ed espressione di quel mondo delle corti al quale l’opera era indirizzata e in cui Ariosto stesso si era formato. Una sezione della mostra mette in scena i destinatari del Furioso: uomini e donne che condividono i valori ideali e l’orizzonte culturale del poema, il gusto erudito ispirato ai modelli dell’antichità, il piacere della lettura, l’eleganza dei costumi e la raffinatezza degli svaghi.

A testimoniare in maniera emblematica questa condizione è un grande capolavoro: Minerva che scaccia i vizi dal giardino delle virtù di Andrea Mantegna (immagine 7). Questo straordinario dipinto, una delle vette della pittura italiana del primo Cinquecento, fu ammirata dall’Ariosto in occasione di una visita a Mantova nel 1507: la grande tela dalla complessa iconografia, ricca di allusioni e riferimenti mitologici gli offrì lo spunto per la descrizione del corteo di esseri mostruosi in cui Ruggiero si imbatte sull’isola della maga Alcina.

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Immagine 7 – Andrea Mantegna, Minerva caccia i Vizi dal Giardino delle Virtù, 1497-1502, Musée du Louvre, Parigi.

Se l’acutezza della mente dell’Ariosto osserva e trascrive la vita alla corte estense, la sua arguzia è quella di dare all’elemento fantastico un ruolo preponderante nell’Orlando furioso: la narrazione di una realtà parallela fatta di prodigi, di incontri magici e di poteri straordinari, fanno risaltare le conoscenze e la passione per la letteratura del poeta. Come spiegano i curatori «non vi è dubbio, ad esempio, che nel descrivere la liberazione di Angelica da parte di Ruggiero o quella di Olimpia per mano di Orlando, Ariosto avesse in mente episodi della Legenda aurea di Jacopo da Varagine e delle Metamorfosi di Ovidio» e per questo incontreremo, nel percorso espositivo, due delle tavole più suggestive della pittura italiana del Quattrocento e del primo Cinquecento: San Giorgio e il drago di Paolo Uccello e La liberazione di Andromeda di Piero di Cosimo (immagine 8) «in dialogo con rari manoscritti illustranti storie leggendarie di santi o personaggi favolosi, dalla Vita di Merlino di Luca di Domenico al Morgante Maggiore di Luigi Pulci».

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Immagine 8 – Piero di Cosimo, La liberazione di Andromeda, c. 1510, Galleria degli Uffizi, Firenze, su concessione del MiBACT.

Tra desiderio e follia

Alla tradizione cortese-cavalleresca l’Ariosto affianca un’indagine sui sentimenti e sulle passioni dell’uomo moderno, prima fra tutte il desiderio. Infatti l’autore presenta ciascun personaggio nella cerca instancabile dell’oggetto dei propri sogni, di qualcosa che non riesce a possedere, sia esso un’arma, un cavallo, una persona. Due soli pezzi sono chiamati in mostra a rappresentare tale concetto. Un elmo antico, che simboleggia le mitiche armi troiane di Ettore conquistate e perdute dai protagonisti del poema e, di fronte ad esso, una Venere di Botticelli, immagine esemplificativa di una bellezza femminile ideale analoga a quella di Alcina o Angelica così come viene descritta da Ariosto nell’edizione del 1516.

Il desiderio inappagato per Angelica è la causa della pazzia di Orlando, del suo allontanamento dalla sfera della razionalità. La follia del paladino, come le insensatezze degli altri personaggi costituiscono l’esempio per riflettere sulle passioni e i sentimenti che possono annullare, in ciascun individuo, la percezione dei propri limiti. Inevitabile è il rimando alla Beatrice di Dante e al significato simbolico che si cela nell’amore per la donna e nel desiderio di conoscenza narrato dei due poeti. Ma questa è un’altra questione.

Il 22 aprile del 1516, nell’officina tipografica Mazzocchi a Ferrara (immagine 9), si concludeva la stampa dell’Orlando furioso ma l’Ariosto non smise mai di rielaborare il suo poema, che fece nuovamente stampare a Ferrara con lievi ritocchi nel 1521 e una terza volta, sensibilmente rimaneggiato ed accresciuto, nel 1532, pochi mesi prima di morire. Durante quegli anni il poeta, attento al mondo circostante, fu testimone anche della rivoluzione nel mondo della pittura, vedendo di persona le opere degli artisti come Michelangelo e Raffaello. Tra queste spicca la perduta Leda col cigno commissionata al Buonarroti, che mai giunse a Ferrara a causa di un’imperdonabile gaffe commessa al cospetto dell’artista dal messo del duca e che sarà testimoniata in mostra dalla splendida copia cinquecentesca da alcuni attribuita a Rosso Fiorentino proveniente dalla National Gallery di Londra.

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Immagine 9 – Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, G. Mazzocchi, Ferrara, 22 aprile 1516, British Library, Londra.
L’Orlando furioso è un’immensa partita a scacchi che si gioca sulla carta geografica del mondo – Italo Calvino

A rappresentare, infine, la geografia del poema sarà uno dei capolavori della cartografia rinascimentale, la monumentale Carta del Cantino. Presente nelle collezioni estensi di Ferrara dal 1502, la carta illustra alcuni dei luoghi chiave del racconto, come i Monti della Luna, dai quali partirà il viaggio di Astolfo per recuperare il senno di Orlando.

Il viaggio del paladino sarà il viaggio di ciascun visitatore.

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Il catalogo della mostra da Amazon: Orlando Furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi – ediz. Fondazione Ferrara Arte.