L’appuntamento | Racconto di Antonio Varchetta

Il racconto di Antonio Varchetta è una sho(r)t story: incalzante nel ritmo e sorprendenti nel finale, proprio come quello di Gianluca Ferrittu.
L’appuntamento è dipinto in quello sfondo d’attesa che il nome porta inevitabilmente in sé, una sorta di tensione gioiosa che mescola il passato col futuro. «Sarà una grande sorpresa» avvisa l’autore alla quarta frase, e non deluderà.
Buona lettura.

L’appuntamento

Le ho comprato un regalo. Ho faticato per averlo, e molto. Ma ne valeva la pena. Sarà una grande sorpresa. Lei non se lo aspetta proprio. E, poi, devo solo infilare la mano nella tasca del giaccone, devo solo sfiorarlo con le dita, e subito mi sento più sicuro. In questi giorni, è riuscito a sorreggermi come un contrappeso, ha impedito alla deriva di trascinarmi via.

È ancora presto, però. Devo aspettare qualche minuto. Qualche minuto soltanto, mentre il buio avvolge la sera come una coperta bagnata. Allora mi siedo, su degli scalini, quasi per terra, ai margini di Piazza Borsa. Un luogo che frequentavo, ma che quasi non riconosco. Vedo gente che cammina, vedo palazzi e vetrine, vedo strade. È rilassante lasciare che lo sguardo si posi dove vuole, senza troppa cura, senza troppo controllo; attratto dalle luci, dai suoni, dagli odori, un po’ come un cane.

Aspetto, e so che arriverà. Non può fare altro.

Il brusio delle persone che mi circondano si deposita come polvere. Mi raggiunge un aroma di caffè tostato e un sentore di gas di scarico. Qualcosa di più elusivo, invece, rimane sospeso. Come sospeso rimane il mio sguardo, sul palazzo della banca, proprio di fronte, dove ci sono le finestre illuminate. Pensare che lì dentro ci lavoravo. Sono passati soltanto pochi mesi, anche se mi sembra una vita. Vedo i neon, gli scaffali, i faldoni, le postazioni vuote. A osservarlo da qui, sembra un luogo di pace. Io ricordo ancora il caos, però, ricordo le tensioni, il fremito di quei giorni, la luce implacabile che non ti lasciava un secondo. Sono scappati tutti, da allora. I colleghi, gli amici. E non mi sarebbe importato poi molto. Ma è scappata anche lei, e lei non poteva farlo.

Intorno a me, le persone vanno a passeggio. Attraversano distratte la piazza. Calpestano senza rimorso i sanpietrini posati con cura. Non hanno rispetto per i percorsi disegnati sul selciato. Non rispettano nulla. Pensano di poter fare quello che vogliono. Sono convinti che non ci siano conseguenze. Anche lei lo pensava. Le conseguenze, invece, ci sono sempre.

Di fianco, in un gazebo solitario, raccolgono firme per l’ennesima petizione. La tela inzaccherata copre parte della visuale. È come se cancellasse una porzione del palazzo che ospita la Camera di Commercio. E, quello che manca, devo immaginarmelo. Come succede con le cartoline. Che non ti dicono tutto. Che ti sbattono in faccia l’immagine bella, anche troppo bella, solo per imbrogliarti. Perché ci ostiniamo a semplificare. Vorremmo tutto prevedibile, tutto facile. Non è possibile. Oltre la cornice rimane qualcosa; oltre lo iato, c’è ancora vita. E alla fine, si procede per strappi. Dove ogni strappo è doloroso.

Poi, finalmente, arriva.

Colgo il movimento con la coda dell’occhio. L’umidità riduce la visibilità, ma non ho dubbi. Dai bordi dei palazzi, la luce gialla delle lampade scende ad accarezzarla. Potrei riconoscerla fra un milione di persone. Ed è puntuale. Anche questo faceva parte della menzogna. Ero io quello sempre in ritardo. Io, quello deprecabile.

Si muove piano nella piccola piazza, e quasi percepisco la sua curiosità, così come sento i suoi dubbi. Non si fida. Si guarda attorno. Mi cerca. Non può vedermi, però. Oggi sono invisibile. Così al buio, così in basso, nascosto dalle persone che camminano. Posso guardarla senza rischiare nulla. Se posasse gli occhi da questa parte, vedrebbe solo un perdigiorno, seduto sugli scalini, con una sigaretta tra le dita, la barba lunga, i capelli trascurati. Non vedrebbe me. Perché lei, non mi riconoscerebbe fra un milione di persone.

Aspetto comunque ancora un po’. Voglio che si avvicini di più. Tanto, è come una falena, e il biglietto è la sua luce. Quello che c’è scritto è chiaro e sufficientemente allusivo. E, quel che più conta, lei è prevedibile.
Avanza, infatti, calpestando la striscia chiara di marmo. Come le persone che le stanno attorno. Senza alcuna consapevolezza. Solo un gesto sprecato, fra i tanti buttati via, in quella che alla fine è solo una posa.
E si ferma alla base della scalinata, proprio sotto l’entrata del palazzo, sotto la scritta ‘Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura’. Continua a guardarsi attorno. Legge il biglietto, di nuovo, per essere sicura, per controllare il luogo e l’ora dell’appuntamento. Che fatica mi è costato scrivere quel pezzo di carta. Ma non si poteva fare senza. Senza, non sarebbe venuta.

Fa un altro passo, e un altro. Eccola nel punto esatto.
Ora è tutto come allora. Lei non se lo ricorda. Lei è solo preoccupata e infastidita, ma non ricorda. Io sì, però, alla perfezione. Come se il tempo passato si fosse perduto e fosse approdato su questa serata autunnale. Io l’ho baciata. Su quel pavé, l’ho baciata.

Allora mi alzo. Mi muovo deciso verso di lei. Non faccio rumore, non più del rumore che sale dalla piazza. Mi avvicino. Lei continua a darmi le spalle. Non si accorge di me. Mi avvicino ancora, e poi mi fermo. Sento quasi il suo profumo. Prendo il regalo dalla tasca. Alzo il braccio. Sparo.

Gli altri racconti di Antonio Varchetta sono Mio padre diceva e Irreversibile.

Immagine di copertina © Francesca Zanette