Un prosecco con Antonio Padovan e Fulvio Ervas

Antonio Padovan è un regista trentenne, ha una buona dose di entusiasmo unito a determinazione, e ama profondamente la sua terra, una linea di colline che da Conegliano a Valdobbiadene sagoma come onde il paesaggio, rinomata zona di produzione del prosecco.
Fulvio Ervas è un affermato scrittore italiano, sensibile al rispetto dell’ambiente e alle grandi questioni che segnano la vita dell’uomo; per raccontarle nei suoi romanzi sceglie come sfondo i luoghi in cui vive, il Veneto che conosce.

Galeotto fu l’invito alla serata di un club di lettura tutto al femminile, alla quale Antonio Padovan partecipò durante una vacanza italiana -vive da 12 anni a New York- e incontrò Fulvio Ervas: l’intesa fu immediata. Tutto il resto è un susseguirsi di occasioni favorevoli, impegno costante e obiettivi da raggiungere. È questa l’epifania di Finché c’è prosecco c’è speranza e il nome del vino tipicamente trevigiano -non apriamo qui un dibattito sull’origine e sullo sviluppo della viticultura del glera e di altri vitigni- è solo un pretesto per parlare di qualcos’altro, forse proprio di una speranza.

Un prosecco con Antonio Padovan e Fulvio Ervas
Antonio Padovan e Fulvio Ervas

Regista e scrittore hanno lavorato, assieme al co-sceneggiatore Marco Pettenello, al riadattamento del testo narrativo, per renderlo fruibile alla scenografia di un film, dopodiché Antonio ha immaginato chi poteva indossare le vesti dei personaggi: gli interpreti dovevano essere prevalentemente nostrani con un richiamo sudamericano, caratterizzare il conte Ancillotto tanto quanto l’ispettore Stucky.

Il cast si compone velocemente di nomi rilevanti che si riconoscono “nella loro parte” e si fanno anch’essi un po’ attori e un po’ Ermete: Rade Serbedzija e Giuseppe Battiston, e poi Roberto Citran, Teco Celio e Gisella Burinato, Liz Solari e Silvia d’Amico, oltre che Paolo Cioni, Diego Pagotto, Mirko Artuso, Vitaliano Trevisan, Babak Karimi, Vasco Mirandola, Andrea Appi, Antonio Scarpa e Nicoletta Maragno, e infine lo stesso Fulvio Ervas sarà una comparsa.

La straordinaria fotografia -premiata al Cape Town International Film Festival- è di Massimo Moschin e le musiche sono del compositore Teho Teardo; il film è prodotto da Nicola Fedrigoni e Valentina Zanella.

Prosecco con Antonio Padovan e Fulvio Ervas
Il cast alla presentazione del film alla Festa del Cinema di Roma

E ora vi raccontiamo qualche cosa di Finché c’è prosecco c’è speranza nella doppia intervista a Antonio Padovan e Fulvio Ervas.

Antonio, tu e Fulvio avete collaborato per molti mesi per dare vita all’adattamento della storia, che comunque si sviluppa diversamente tra romanzo e pellicola, eppure hai mantenuto lo stesso titolo. È una decisione condivisa con Fulvio?

Abbiamo ereditato dal romanzo di Fulvio un titolo un po’ strano con una bellissima storia. Quando è stato chiaro che il film avrebbe avuto una dimensione differente, che ha poco a vedere con questo titolo, avrei voluto cambiare il titolo, però alla fine abbiamo deciso di mantenere quello del romanzo. Siccome Fulvio è stato il primo a credere in me, mi è sembrato il modo giusto di ripagare la sua fiducia.

Fulvio, come nasce il titolo del romanzo?

Il romanzo nasce da un’idea del 2008 ed è pubblicato nel 2010. Non proprio ieri. Ed era, il 2008, l’anno che cominciava a mordere sul serio la crisi e, nel Veneto, c’era almeno una produzione che cresceva a ritmi cinesi: il prosecco. Così ho pensato di raccontare un episodio di Stucky, che hanno tutti una tematica ambientale, che ruotasse attorno al tema produzione-rispetto del territorio. Mi pareva che il Prosecco si prestasse a questo, cioè contenesse la grande sfida tra quantità e qualità. Così ho titolato, in maniera volutamente ambigua, Finché c’è prosecco c’è speranza perché ogni lettore potesse trovare la via per una risposta: dov’è il punto di equilibrio tra buon vino e buona terra?

Antonio, durante una delle prime presentazioni hai detto che non si può attribuire un genere preciso a questo film. Perché? Cosa si nasconde dietro il pretesto di risolvere un enigma criminoso?

In realtà il film è un giallo e lo abbiamo voluto ribadire sfacciatamente con il manifesto, ispirato agli storici Gialli Mondadori. Detto questo, il film è un giallo leggero, di riflessione e intuito, più che di azione, un genere che si vede sempre meno al cinema. Forse per questo è un po’ difficile inquadrarlo in una categoria chiara di cinema italiano recente. Alcuni mi hanno detto che ha qualcosa dei film francesi… magri il prossimo lo giriamo a Champagne!

Questa è una domanda che pongo a entrambi: ultimamente si parla molto di ‘testamento biologico’ mentre quello che lascia il conte Ancillotto sembra più un ‘testamento morale’, in questo tu e Fulvio condividete gli stessi valori?

Antonio: Assolutamente sì. E mi sento di poter dire che anche Marco Pettenello (co-sceneggiatore) e Giuseppe Battiston la pensano come noi. L’etichetta della bottiglia di Ancillotto è un voto di castità. Per me era fondamentale ritrarlo come l’ultimo dei Don Chisciotte.
Fulvio: Un buon testamento biologico deve contenere, o poggiare, su un buon testamento morale, altrimenti si tratta solo di fine corsa e non di vita che valeva la pena.

Fulvio, rileggendo il romanzo l’attenzione si sposta dalla curiosità di smascherare il colpevole alla necessità di capire il messaggio di salvaguardia del territorio che lasci trasparire tra le righe. Sarà proprio questo l’ultimo messaggio di questa saga dell’ispettore Stucky?

L’ispettore Stucky è l’anima di quel Veneto, proprio perché mezzo sangue e possiede la giusta distanza, che è innamorato di una delle più belle morfologie d’Italia, Paese già bellissimo. Se ci sarà un’altra puntata, sarà ancora con questo senso narrativo.

Giuseppe Battiston

Antonio, hai detto, in altre interviste, di esserti ispirato allo stile dei gialli inglesi, meno aggressivi di quelli americani, che sicuramente meglio si adattano alla poetica delle colline che Zanzotto ha contribuito a farci amare. C’è un regista italiano a cui ti sei ispirato? In alcuni tratti il film ricorda lo stile di Mazzacurati, complice l’esperienza di Marco Pettenello?

Sono un grande amante di gialli, alcuni personaggi come il commissario Maigret di Georges Simenon o l’investigatore Poirot e la simpatica Miss Marple di Agatha Christie sono intramontabili, pensa che il primo libro di cui ho vivida memoria è Dieci piccoli indiani. L’ultimo giallo bellissimo che ricordo al cinema, nella versione originale argentina, è Il segreto dei suoi occhi diretto da Juan José Campanella. Detto questo, penso di essere profondamente influenzato dal cinema di Mazzacurati: La giusta distanza è stato un riferimento continuo, perciò sceneggiatore, montatore e cast diventano una conseguenza inconscia del mio amore verso il suo cinema, fatto di enorme affetto verso la normalità.

Un’altra domanda per entrambi. Il cementificio è il simbolo dello sfruttamento del territorio e dell’incuranza dell’uomo per l’ambiente in cui vive, lo raccontate in modo garbato: per educazione o per timore di alzare troppa polvere, o troppa ruggine, direbbe Pitusso?

Antonio: Penso sia venuto involontariamente garbato! Il cementificio della storia è un pretesto per raccontare un modo di fare le cose opposto a quello di Ancillotto: da una parte il “meglio meno ma meglio” del conte, dall’altro l’avidità e i soldi prima di qualsiasi scrupolo. Nel libro il riferimento a stabilimenti reali è esplicito secondo me. Ma ogni cosa può essere fatta “alla Ancillotto” o “alla Speggiorin”, il direttore del cementificio, purtroppo anche il vino. Per fortuna sempre più spesso nascono vignaioli che avrebbero reso felice il protagonista della nostra storia, che coltivano in modo naturale la terra.
Fulvio: Il punto è proprio questo: puoi fare legittimamente dei soldi, ma non sulla salute degli altri. Questo non deve esserti concesso. Nel libro sono usate delle figure narrative, cementificio ma potrebbe essere discarica (e c’è in Commesse di Treviso), per raccontare il bisogno, urgente, di crescere, di maturare come comunità di produttori e consumatori. Non è più un fatto di barricate ideologiche, ma di comune buon senso.

Antonio, possiamo svelare l’aneddoto dei piccioni di Piazza dei Signori, anche se scritto ha un impatto minore che sentirlo e vederlo raccontare?

Sì, certo. Alla base del fatto c’è il mio desiderio di omaggiare Signore & Signori di Pietro Germi, un film che ha segnato la storia cinematografica di questa città. Volevo riproporre l’inquadratura con cui il regista apre il film: una Piazza dei Signori piena di piccioni che si alzano in volo mentre la camera li segue, fino a rivelare la Torre Civica che sovrasta la piazza. Avevo deciso che la prima volta in cui si vede Treviso, in Finchè c’è prosecco c’è speranza, fosse riproposta la stessa scena. Purtroppo però, dopo la “cura” Gentilini, l’ex sindaco-sceriffo, i piccioni si sono praticamente estinti da Treviso.

Siamo riusciti a trovare un signore gentilissimo di Reggio Emilia, che aveva due gabbie con 12 piccioni viaggiatori l’una, che ce li poteva prestare. La caratteristica dei piccioni viaggiatori è che, appena li liberi, volano velocissimi verso casa, in questo caso Reggio Emilia, come avessero un gps integrato. Ho pensato, per fortuna, che sarebbe stato meglio fare due riprese con 12 piccioni l’una, invece che una ripresa con 24, aprendo una gabbia alla volta, così nel caso qualcosa fosse andato storto, avremmo avuto un’altra possibilità… e infatti: non avevamo preso in considerazione i punti cardinali! Alla prima prova abbiamo messo la gabbia appena dietro la telecamera, così i piccioni, uscendo, sarebbero entrati nell’inquadratura. Solo che, al mio “azione” nessun piccione è passato davanti alla telecamera: i piccioni sono usciti volando in direzione opposta, dietro le nostre spalle… perché Reggio Emilia era da quella parte!!! Il secondo tentativo, cioè la nostra ormai unica possibilità, è riuscito: abbiamo messo la telecamera tra la gabbia e Reggio Emilia. E così, nel film, si vedono i 12 eroici piccioni che hanno reso possibile il mio, seppur minimo, omaggio a Signore & Signori.

Antonio, questo è il tuo primo film e sta già riscuotendo successo, in Italia e all’estero: te lo aspettavi?

Sapevo che avevamo lavorato bene, mettendoci tutto il cuore possibile nonostante avessimo pochi mezzi, ma non avevo idea di come avrebbe reagito il pubblico. Sono molto contento dell’affetto che sta riscuotendo ovunque sia visto, e spero che possa continuare la sua strada.

Ultima curiosità che chiedo a tutti e due: cosa scrivereste, nei panni del conte Ancillotto, nell’etichetta di questa bottiglia?

Antonio: Ancillotto nel film fa una cosa secondo me bellissima: colleziona bottiglie di vino vuote, come ricordo dei momenti importanti in cui le ha bevute. Ci strappa l’etichetta e ci scrive sopra il ricordo. Avendo vissuto per quasi un terzo della mia vita a New York, nella bottiglia che abbiamo stappato a fine riprese ci avrei scritto “Bevuta tornando a casa”.
Fulvio: “Bevuta guardando il bel film di Antonio”.