Antartide: dal ghiaccio al fuoco della Terra

L’Antartide è umanamente invivibile, dunque, cosa fanno gli esseri umani al Polo Sud? Ricerca scientifica. In quel continente coperto di ghiacci, studiosi internazionali si devono adattare alle più disparate condizioni che mettono alla prova competenze e resilienza individuale: avversità ambientali, come forti raffiche di vento e temperature vicine ai -50°C (registrate in questo periodo nella stazione italo-francese di Concordia, a 3.300 metri di quota), ridotta disponibilità di ossigeno per l’altitudine e alterazioni del ciclo circadiano, legato all’alternanza giorno-notte a causa della presenza ininterrotta della luce solare durante l’intera giornata, oltre che la condivisione di spazi minimi.

L’Antartide è il più grande laboratorio a cielo aperto del nostro pianeta, un continente coperto di ghiacci, unico per le sue caratteristiche geografiche e geologiche, dove le immense calotte glaciali spiegano, ormai da anni, il clima del passato; ma i misteri dell’Antartide non sono solo i suoi ghiacciai: una lunga catena montuosa lo attraversa, con cime che superano l’altezza del Monte Bianco, però, a differenza delle Alpi, non si formò per lo scontro tra due continenti, al contrario, fu originata dal loro separarsi. A sviluppare questa teoria e analizzare i dati che la supportano è Valerio Olivetti, ricercatore del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, che coordina uno dei 50 progetti della XXXIII spedizione italiana in Antartide.

Alcune delle basi più importanti dislocate sulla costa e all’interno del Continente © XXXIII Spedizione Italiana in Antartide

Valerio Olivetti trascorrerà un mese nella base scientifica italiana Mario Zucchelli proprio per studiare queste montagne antartiche. La base italiana è situata presso la zona del promontorio di Baia Terra Nova, sul Mare di Ross, ed è attiva dal 1985; nel 2004 è stata avviata un’altra base permanente, in collaborazione con i francesi, all’interno del continente, nel sito di Dome C e denominata Concordia, mentre un altro sito, Cap Prud’Homme, è situato vicino alla base francese Dumond d’Urville e ha solo funzione logistica. Olivetti è il coordinatore di un progetto di ricerca geologica finanziato dal PNRA, il Programma Nazionale di Ricerca in Antartide, che gestisce e promuove la ricerca scientifica nel continente polare. L’obiettivo di questa spedizione è quello di analizzare la formazione delle montagne che attraversano l’Antartide, per capire i meccanismi che agiscono nella profondità della litosfera terrestre e che hanno portato al sollevamento di queste montagne.

Valerio Olivetti non è un neofita per questo tipo di esperienze e vanta già due ricerche sul campo. È un esperto di termocronologia, un metodo di analisi che consente di determinare la velocità di erosione delle montagne e datare il loro sollevamento; questa tecnica sfrutta la proprietà di alcuni minerali, le apatiti, in grado di registrare, come un orologio, il tempo che passa durante il loro viaggio dalle profondità della crosta terrestre fino in superficie. Al Dipartimento di Geoscienze dell’Università esiste uno dei più sofisticati laboratori di termocronologia in Italia ed è qui che verranno analizzati i campioni prelevati in Antartide. Il progetto di ricerca nasce dalla collaborazione dell’Università di Padova con l’Università di Roma Tre e quella di Siena cui si aggiungono partner internazionali, in particolar modo americani e francesi.

Valerio Olivetti durante una precedente spedizione © Università degli Studi di Padova

È interessante il punto di partenza di questo progetto che muove dalla riflessione di Olivetti: «Siamo abituati a studiare a scuola che le montagne si formano perché i continenti si scontrano, invece ci sono alcune montagne, come in Antartide, che si formano dove i continenti si estendono e si allontanano. Quello che succede sotto ai nostri piedi, dentro uno spessore di 100 km del nostro pianeta è molto poco conosciuto, quello che accade in superficie, per esempio il sollevamento delle montagne e i terremoti, è il risultato di complessi processi che agiscono nella crosta e nel mantello, che però non è possibile studiare direttamente. Noi studiamo l’evoluzione della superficie per capire quello che succede in profondità.»

Nel vademecum scientifico è inscindibile la teoria dal dato, che può confermare o meno l’ipotesi, in che modo, quindi, la trasformazione della superficie terrestre si collega a movimenti invisibili del suo interno? Continua così Olivetti: «Attraverso la termocronologia, una tecnica che ci consente di datare quando le montagne si sono sollevate, a che velocità e quando sono avvenuti grandi terremoti. Grazie alla rete di collaborazioni internazionali, siamo in grado di effettuare delle analisi molto sofisticate che non sono mai state fatte in Antartide e che ci consentiranno di datare non solo il sollevamento delle montagne, ma anche quando è avvenuta la loro deformazione fragile, per semplificare, i terremoti. Lo sviluppo di queste nuove tecniche» conclude il ricercatore «potrà essere utilizzata anche in altri luoghi del nostro pianeta, meno remoti, per studiare gli antichi terremoti del passato, lontani milioni di anni e aprire una piccola finestra per guardare che succede dentro la Terra».

Stazione Mario Zucchelli © Università degli Studi di Padova

La Stazione Mario Zucchelli 74°42’ S, 164°07’ E – Quota:15 m, sul Mare di Ross

È aperta da metà ottobre alla prima metà di febbraio (estate australe); ha una superficie di 7.500 mq coperti che ospitano laboratori, magazzini, impianti, alloggi (124 posti letto) e servizi; 880 kW installati e ospita circa 100 mezzi tra terrestri, da neve e marini.
Tra le sue principali funzioni sono fondamentali il ricovero per il personale (in media 85 presenze), supporto logistico per il personale tecnico-scientifico operante in campi remoti, logistico-operativo per la Nave cargo-oceanografica, per le attività di ricerca con laboratori e strumentazione, per il personale e il materiale in transito per Dome C e alle operazioni aeree italiane e straniere.