Andato | Racconto di Andrea Rigato

Andato, il racconto di Andrea Rigato, ritrae un amore, fatto di colori e sfumature, intensità di parole e semplicità di gesti, mani che si muovono sicure e occhi che non puoi trovare altrove. Sullo sfondo un paesaggio marino e terre lontane.
Buona lettura.

Andato

La finestra è quella di sempre, con le tende in tela grezza.
La stessa vista: la stessa casa in lontananza, dietro la scogliera. Lo stesso mare fuori stagione.
Chiudo gli occhi e lo rivedo a parlarmi della sua Argentina, mentre pulisce con un pennello il suo fucile da caccia preferito, e mi racconta i cieli della Patagonia con quella vecchia canzone di Modugno.
Accendo il fuoco sotto al solito caffè. Fuori piove, e sono pioggia anch’io.

Mi manca la sua grazia, mi manca la sua luce. Mi mancherà per sempre. Una settimana fa mi sorrideva. Una settimana fa era ancora qui.
Leo ha sentito il rumore del pacchetto di biscotti. Muove la coda e appoggia il muso color crema tra le mie ginocchia. Mi perdo per un attimo nei suoi occhi fiduciosi e profondissimi. Sono gli unici altri occhi che non mi stancherei mai di guardare.
Sul bordo del tavolo la cartella in cartoncino con una scritta in pennarello. Dentro i ritratti abbozzati e gli schizzi rubati a Mario Angel. L’ho sempre disegnato così: di nascosto, quando non si accorge che lo sto facendo; mentre si riveste, fuma il sigaro o cucina.
Sempre così: in bianco e nero. Non potrei fare altrimenti, di lui mi mancherà sempre un colore.

Ha smesso di piovere, Leo tra un po’ inizierà a grattare sulla porta. In qualche punto dello stipite ormai la vernice celeste se n’è andata. A volte penso che piacerebbe dipingere anche a lui.
Usciamo. Attraverso il pergolato posso vedere bene il cielo. C’è una luce vivace che preme per venire fuori. La mantella gialla stamattina non servirà. Resisto a un brivido di freddo e tengo addosso soltanto la maglietta verde militare. Infilo l’attrezzatura nello zaino. Leo fiuta la brezza e scruta i bagliori che salgono dalla costa. L’aria trasporta qualche soffio che ormai non sa più di inverno.
Scendiamo dai terrazzamenti che portano al mare, tra il grigio perla degli ulivi selvatici e le chiazze oro del fogliame delle querce. Il cane, come sempre, mi precede. Almeno fino a riva deve dimostrare alla padrona di conoscere la strada. Tiene sollevata la bella testa di Golden Retriever, a controllare il volo delle tortore. Tra un po’ anche il nibbio che ha il nido qui vicino si farà vedere.
Cammino scalza, come sempre. Sul bagnato mi piace anche di più. I piedi sono le nostre radici, vanno tenuti a contatto con la terra.
Ripenso alla mia terra, al suolo morbido dell’Alta Garonna, di argille materne protette dai Pirenei. Alle colline aspre e boscose che hanno visto nascere i vigneti della mia famiglia. Alla devozione alla terra che ho preso da mio padre, alla vita che ho trascorso con gli stivali addosso.

Poi a prendermi è arrivato il mare. La forza di un ritmo senza stagioni, la pace calma dell’orizzonte. Ma in fondo se mi sono fermata su quest’isola è per un’aria di montagna. Un’aria ruvida che da sempre conosco, che ogni giorno ritrovo e riconosco. Un’aria che dai crinali scende attraverso le fessure delle rocce, e porta al mare odori di mirto e di ginepro.
Da est una luce spigolosa comincia a sciogliere le nuvole. Attraverso il cenere delle tamerici forma ombre veloci che corrono sull’acqua.
Seguo il sentiero basso, la lingua sabbiosa che taglia la macchia. I miei passi fanno un fruscio leggero. Arrivo alle prime gobbe rocciose, fino a una piattaforma scura. Sfilo lo zaino e monto il cavalletto. Per Leo è come un segnale: per un po’ sparirà tra i rosmarini.
Raccolgo i miei capelli in una coda, faccio sempre così quando dipingo. È una delle cose che piacciono di più ad Hangèl, assieme al mio modo francese di storpiare un po’ il suo nome. Si diverte a farmi il verso qualche volta.
Lascio che il mio sguardo prenda il largo, fino alla linea incerta che divide cielo e mare. Respiro l’aria che sa di sale. Mi concentro sul rumore delle onde, ascoltando il lavoro che fa il mare. Poi chiudo gli occhi.

Adesso sono di nuovo assieme a lui. Mi alzo dal letto, il grande letto costruito con il legno di cirmolo italiano, recuperato da un armadio. Il letto che ho voluto alto quasi un metro, per poter guardare meglio il mare. Il letto che diventa la nostra casa quando lui è qui. Perché potremmo anche non avere niente attorno, quando siamo insieme. Ci basta solo quello.
Sopra alla vecchia stufa rivestita in maiolica c’è il grammofono. Me l’ha portato la prima volta che è venuto qui. Ha un suono un po’ sbilenco, ma funziona. Tra i dischi sparpagliati sopra al pavimento raccolgo una sonata per violino e pianoforte di Mozart. Carico la manovella fino al massimo e aspetto che le prime note arrivino.
Mi volto verso di lui. Mi sta osservando. Mi copro il seno nudo incrociando le braccia. Dopo quasi trent’anni ancora non mi sono abituata all’idea che lui mi guardi.
Torno a stendermi accanto a lui, sollevando un po’ il lenzuolo. Affondo una mano nel rosso della barba e gli carezzo il mento; lì, nel punto esatto in cui forma una specie di fossetta. Studio il suo profilo normanno, poi mi avvicino alla sua guancia e gli do un bacio.
Infilo il naso tra il riccio dei capelli e respiro il suo odore bruno di sigaro. Avrei di nuovo voglia. Con la bocca gli sfioro un orecchio e glielo dico. Con un sussurro gli chiedo di ricominciare.

Lui increspa la fronte e piega un po’ gli angoli della bocca. Intuisco di traverso il suo sorriso. Raccoglie le mani dietro alla testa e resta a fissare per un po’ le travi in legno del soffitto. Poi lentamente riprende. Riprende da dove aveva smesso. Riprende a raccontare.
La sua voce musicale torna a parlare dell’ospedale da campo in Mauritania. Mi giro anch’io di schiena, distesa a indovinare oltre il soffitto le stesse cose che sta guardando lui. Un giorno ci dipingerò visti dall’alto. Noi due in bianco e nero.
Vorrei abbandonarmi al suono nasale e basso della sua voce. Dondolandomi tra le storie ogni volta diverse, che come sempre finiranno nei miei quadri. Vorrei tenere gli occhi chiusi, adesso, addormentandomi così, al suo fianco.
Li riapro invece. La luce è un po’ cambiata. Dalle rocce vetrose arrivano riflessi leggeri. Qualche barca va di maestrale. Il mare è sempre lì che continua a lavorare. Mi arriva addosso uno spruzzo di frangenti. Comincio a mescolare pennellate ovali di ocra e seppia. Un viso infantile prende forma. È Inaya, la bambina che Hangèl ha operato al cuore. Il suo nome significa ‘colei che ha cura’. Per sopravvivere però è lei che ha avuto bisogno di essere curata.
C’erano due sole mani al mondo in grado di farlo. Chi ha assistito all’intervento ha detto che è stato un capolavoro. Un miracolo. Una sinfonia. Hangèl quando opera esegue una partitura. Le sue mani danzano su un cuore aperto come scivolassero su una tastiera.

Mi concentro sull’idea delle sue mani affusolate. Ne immagino il movimento essenziale e melodico. Cerco di trasferirlo al mio pennello. Mi sforzo di ricordare le sue parole esatte. Disegno il piccolo naso schiacciato, gli zigomi rotondi, gli occhi pieni di vita, la fila di dentini bianchissimi, il cappello di paglia troppo grande, che scende a coprire per intero una fronte di bambina.
Inaya dalla tela sorride con il suo sorriso d’Africa. La metterò di fronte al tavolo della cucina, vicino al vaso bianco che uso per i fiori. D’ora in avanti mi terrà compagnia.
Alto sopra di me, appena un po’ a sinistra, arriva lo stridio di un rondone. Una macchia nera sul viola frammentato del bordo di una nuvola, le ali a mezzaluna distese. Vola solo. È il primo di quest’anno. Stringendo un po’ gli occhi ne seguo la rotta nervosa e irregolare.
Dicono che i rondoni solitari dormano volando. La sera salgono altissimi fino ai confini del cielo; poi chiudono gli occhi e planano per ore nella notte, per ricomparire all’alba.
Dicono che quei rondoni siano gli animali più liberi del mondo, perché quando toccano terra lo fanno in un posto sempre nuovo.
Ogni anno i rondoni raggiungono la Corsica, preceduti da giornate di libeccio.
Ogni anno Hangèl ritorna, preceduto da tredici rose che annunciano il suo arrivo.

C’è un ulivo, qui vicino. Un ulivo che si immerge nel cielo. Per arrivarci da qui si deve arrampicare, ma dalla strada alta è più facile raggiungerlo. Un ulivo vecchio e rotto, a picco in cima alla scogliera. Proteso nel vuoto, in bilico tra un tuffo e un volo. Trattenuto da una forza che sfugge allo sguardo, una forza che bisogna ascoltare, sedersi lì e ascoltare.
Ho visto l’ulivo venendo qui la prima volta. Sono rimasta seduta a guardarlo fino a sera, fino a che mi è parso di sentirne la voce. Un canto di vento che mi sembrava parlasse di noi. Levando lo sguardo verso terra ho visto in lontananza il vecchio frantoio abbandonato. Ho capito che mi sarei fermata qui. Che quest’isola sarebbe stata la mia terra. Che quella sarebbe stata la mia casa.

Ho passato una vita a inseguire un colore. L’ho cercato tra ogni fiore e ogni pietra della terra. L’ho aspettato nelle albe in Namibia, l’ho rincorso nei fondali della Polinesia, ho sperato di trovarlo in mezzo a ghiacci islandesi e laghi canadesi. Ho sognato mille volte di vederlo apparire tra le nuvole. Mi è sembrato qualche volta di averlo lì ad un passo, nascosto tra le rocce di un torrente alpino.
Per trovare quel colore ho rovesciato il mondo. Ma quel colore che mi manca, mi mancherà per sempre. Posso solo rimanere ad aspettarlo, in questa terra di acqua scura e vento che al mattino profuma di montagna. Posso solo attenderne l’arrivo, preannunciato ogni volta da un vaso bianco che si riempie di fiori. Perché il colore di quegli occhi non esiste altrove. Il colore dei tuoi occhi ce l’hai soltanto tu. Mi mancherai, fino al prossimo mazzo di rose. Mi manchi, già adesso.
Mi manca la tua grazia, mi manca la tua luce.
Una settimana fa mi sorridevi.
Una settimana fa eri qui.

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Immagine di copertina di Andrea Rigato. Altri suoi racconti Virgole e millesimi, Le cose rotonde e Lacrime di terra.