1453, Costantinopoli. Il verosimile nel romanzo storico

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Incontriamo Paolo Malaguti durante il corso di scrittura de Il Portolano, curiosi di confrontarci sull’approfondimento delle lezioni, abilmente sintetizzato da Alberto Trentin in “dissipare intrecciando”. Un racconto e un romanzo hanno bisogno di un insieme di escamotage per tenere viva l’attenzione del lettore. La scrittura dovrebbe muoversi con destrezza tra l’equilibrio e la complicazione, tra il conflitto e l’evoluzione, fino a raggiungere l’apice in cui anche il lettore si sente pronto a delineare la soluzione finale. L’abilità dello scrittore, allora, sta nel disperdere i dettagli nello svolgersi della narrazione, per poi tesserli sorprendendo chi legge?

Un romanzo è un diorama di piccole storie e La reliquia di Costantinopoli di Paolo Malaguti si presta facilmente all’esempio: la città è un dedalo di vie, racchiuse da mura possenti, e molte sono le porte e i passaggi che condurranno alla ricerca del tesoro, oltre che del senso di sé; inoltre la caratterizzazione dei personaggi è resa in modo vincente dalla loro parlata, il suono e la scelta delle parole rispecchiano il loro stato d’animo molto più di quanto possa fare la descrizione del contesto. Infatti, lo stesso Malaguti afferma che la parola è un “meccanismo di genesi narrativa” e lo dimostra nel suo libro.

Paolo Malaguti e Alberto Trentin. Photo by Valeria Zanette

La prospettiva è una focalizzazione interna, la voce narrante e la stessa Costantinopoli vivono gli accadimenti che la storia impone: dentro le bianche mura, che si ergono sullo specchio delle acque color zaffiro del Bosforo, si respira la tragicità del corso degli eventi, fuori da quelle mura si raccoglie l’imponente schieramento di Maometto II, pronto a combattere l’epica battaglia che cambierà il nome e la personalità della città. Lo spazio che si viene a creare tra il tragico e l’epico del contesto è la tela in cui disegneranno il loro progetto Gregorio Eparco, greco costantinopolitano, e Malachia Bassan, veneziano giudeo: i due personaggi, dapprima solo soci in affari, si troveranno legati da un segreto e dovranno affrontare numerose prove per svelarlo e custodirlo, perché “chi contempla la reliquia sa che l’oro che la circonda è a essa secondario, come l’armatura di un guerriero non è nulla senza il valore e il coraggio di chi la indossa”.

Sebbene il culto sia meno diffuso e l’arte sacra delle fabbricerie sia solo un’eco del passato, le reliquie sono senza tempo, e Malaguti riporta alla luce un frammento della storia che unisce Occidente e Oriente, come pretesto per una riflessione attuale sul senso della vita, senza giudizi religiosi o morali, ma semplicemente dandole un obiettivo. In questa intervista cercheremo di sapere qualcosa di più sulla struttura del romanzo e le scelte che lo hanno caratterizzato.

La reliquia di Costantinopoli ti è valso la nomina al Premio Strega 2016, giungendo fino all’ultima selezione prima della cinquina finale, te lo aspettavi?

Certamente no! Già arrivare nell’editrice Neri Pozza, forte di uno dei cataloghi di narrativa storica più ampi e ricchi in Italia per me è stata un’enorme soddisfazione. Quando mi hanno comunicato che lo avrebbero candidato, al di là della gratitudine e dell’emozione, mi sono domandato se sarei stato in grado di reggere quella situazione per me così nuova. È stata una bella esperienza, faticosa, ma che mi ha permesso di potermi confrontare da vicino con alcuni grandissimi scrittori, di cui ho apprezzato l’umanità e la grande disponibilità.

Copertina © Jill Battaglia / Trevillion Images

Come nasce l’idea del romanzo storico?

Il romanzo è nato dalla spinta di due stimoli che mi portavo dentro da tempo. Da un lato il tema delle reliquie. Mi ha sempre affascinato la storia di questa marea seminascosta di oggetti sacri, che percorre e modifica la civiltà dell’occidente cristiano. Spesso siamo abituati a una storiografia un po’ troppo “laica”, che analizza l’evoluzione delle epoche e delle società alla luce di parametri quali l’economia o il predominio militare… però si potrebbe tranquillamente scrivere una storia d’Europa attraverso le reliquie, e vedere come molto spesso la fortuna o la sfortuna di una città, la fioritura o la decadenza di una regione fossero legate a doppio filo dalla presenza/assenza di reliquie venerate in quell’area… Pensiamo ad esempio alla leadership che Venezia “soffia” ad Aquileia/Grado quando surclassa il prestigio delle reliquie di Ermacora e Fortunato “portandosi a casa” San Marco…
L’altro stimolo alla base del romanzo è ovviamente Costantinopoli. E ammetto che la prima spinta che mi ha avvicinato alla Città è stata semplicemente la constatazione della mia ignoranza in materia. Come mai sappiamo così poco di Costantinopoli? Come mai, rispetto all’enorme importanza storica e artistica della Nuova Roma, sulle sue vicende grava una sorta di reticenza collettiva, che relega ancora oggi la storia bizantina quasi a un settore di nicchia? Cercando di avvicinarmi alla storia di questa città ne sono rimasto fortemente affascinato, e così ho cercato di inserire l’interesse per le reliquie nel contesto di Costantinopoli.

Cosa ha determinato la scelta di una narrazione in prima persona?

In primo luogo la narrazione in prima persona garantisce un alto livello di immedesimazione e di partecipazione emotiva da parte del lettore. Sapendo di dover costruire un romanzo sostanzialmente “fermo” per quanto riguarda gli spazi -quasi tutto svolto nella città assediata-, temevo che un narratore esterno risultasse troppo statico e pesante. Le memorie di Gregorio Eparco invece ci portano dentro i combattimenti, e in particolare ci comunicano l’ansia dell’incertezza per un destino di cui non si conoscono i contorni. L’altro grande vantaggio di un narratore in prima persona è la “licenza dell’ignoranza”: Gregorio è un piccolo mercante, quindi non è tenuto a sapere -come invece dovrebbe essere proprio di un narratore onnisciente di matrice manzoniana- cosa si muove sopra la sua testa, non deve giustificare le scelte di Costantino o di Maometto… In questo modo la narrazione può scorrere via più rapida, senza incepparsi nel resoconto analitico e costante del dato storico.

Uno dei personaggi parla in veneziano, quanto ha inciso la tua formazione e passione per la ricerca delle parole?

Totalmente. A dirla tutta il personaggio di Malachia è nato principalmente per permettermi di giocare con il particolare codice linguistico su cui avevo messo le mani nella fase della raccolta dei documenti, ossia il giudeo-veneziano. Mi rendo conto di dire qualcosa di differente rispetto a una buona parte della narrativa contemporanea, però sono fermamente convinto che sia un “diritto-dovere” di chi si confronta con la scrittura creativa in Italia accettare la sfida del plurilinguismo, o perlomeno della variazione storica o geografica della lingua. Viviamo in un territorio incredibilmente complesso dal punto di vista linguistico, e non parlo solo dei dialetti, che già di per sé sono delle vere miniere a cielo aperto di “oggetti linguistici” potentemente espressivi. Parlo delle varianti diacroniche, o dei gerghi locali, o ancora delle lingue specialistiche, legate a mestieri vecchi e nuovi… Accontentarsi, quando si scrive o si legge, dell’italiano standard, a mio avviso è un’occasione persa, di divertimento e di crescita culturale.

© The Hebrew University of Jerusalem & The Jewish National & The University Library

Malachia sembra essere “solo” il socio di Gregorio, mentre alla fine assume un ruolo decisivo nella loro investigazione, come si gioca lo scarto tra i due?

Oltre ai motivi linguistici già detti, Malachia mi era necessario per creare una sorta di contraltare alla voce narrante di Gregorio. Sapevo che avrei dovuto ambientare la gran parte del romanzo in una città assediata, e già questo è un limite alla vivacità narrativa, e oltre a ciò la prospettiva da cui il lettore avrebbe raccolto la vicenda sarebbe stata quella di Gregorio, unica e invariata. Pertanto Malachia assolve a una serie di compiti funzionali, spero, a una maggiore godibilità della pagina. È irriverente, spesso volgare, critica più di qualche volta le opinioni di Gregorio, ne costituisce un opposto per certi versi. Ma al tempo stesso è un amico, affianca il protagonista nei dubbi e nelle paure, gli dà suggerimenti e resta fino alla fine con il socio d’avventura. A conti fatti credo che sia Malachia il personaggio che cambia di più nel corso del romanzo, che si sviluppa e cresce; e confesso che tale metamorfosi è accaduta abbastanza naturalmente, cioè non l’avevo chiara in mente mentre procedevo nella scrittura.

Perché la caduta di Costantinopoli è anche la fine del Medioevo?

Prima di tutto, forse, la caduta di Costantinopoli segna la fine di un Occidente in cui Roma è in qualche modo presente. La nostra storiografia è ovviamente impostata sulla discontinuità tra impero romano e medioevo cristiano-germanico… ma la bellezza della Storia sta anche nella molteplicità delle prospettive che può assumere, e quindi è possibile tracciare una storia del Mediterraneo divisa tra un “Evo romano”, dalle origini di Roma fino al 1453, e un “Evo moderno”. Ad ogni modo la caduta della Nuova Roma mutò gli equilibri politici e culturali nel Mediterraneo, favorendo quella salita del baricentro dell’Europa verso nord che è un altro marcatore distintivo dell’età moderna. Senza contare che la fine della Costantinopoli cristiana comportò un vero e proprio esodo di greci in occidente, e questo favorì lo sviluppo dell’umanesimo e di lì del Rinascimento maturo… Giusto per fare un esempio, dubito che l’editoria veneziana in greco sarebbe nata senza i libri e gli intellettuali che arrivarono dal mondo greco, in fuga dal Turco.

Sei stato a Istanbul durante la scrittura del libro: cosa hai cercato?

Sono stato a Istanbul per una decina di giorni (assolutamente magici) nell’inverno tra 2013 e 2014. Avevo appena ultimato la prima fase di studio e di raccolta della bibliografia sull’assedio di Costantinopoli, e dovevo soltanto iniziare a scrivere. Prima di farlo, però, ho voluto andare a vedere di persona la Città, e i luoghi che poi avrei descritto. Non credo sia impossibile raccontare bene di luoghi in cui non si è mai stati, Salgari è un buon maestro in tal senso, e d’altra parte libri e fonti documentarie anche in rete non mancano… però avevo bisogno prima di tutto di una “percezione emotiva” della città. In primo luogo della dimensione “dedalica” di cui tanti testimoni di ogni epoca parlano, quasi che sia necessario perdersi in quella città senza tempo. Poi, ovviamente, volevo vedere il Corno d’Oro, il Bosforo, Santa Sofia, ciò che resta dell’Ippodromo, le Grandi Mura, il Marmara… Quando Gregorio descrive quei luoghi, oltre alle tante testimonianze storiche e letterarie su cui mi sono basato dà voce anche alle emozioni che ho provato visitando quei luoghi. Altro motivo, molto più concreto, che mi ha spinto al viaggio, è stato lo studio delle distanze: Gregorio e Malachia si spostano a piedi. Avevo bisogno di capire, visto che gli spazi sono ancora oggi per ovvie ragioni geografiche gli stessi, quanto tempo si impiega, ad esempio, dalle Blacherne fino a Santa Sofia, o dal Corno d’Oro alla Mese; è stato divertente e il bel tempo ha reso le camminate molto piacevoli!

Cosa rappresentano le reliquie al giorno d’oggi?

Bella domanda! Ovviamente il rapporto con il sacro oggi è radicalmente diverso da quello che era anche soltanto cinquant’anni fa. Al di là dei discorsi di fede, credo che negli ultimi anni sia venuta meno la dimensione rituale e liturgica della religione. Complice il Concilio Vaticano II, che ha indubbiamente avvicinato la Chiesa alla quotidianità dei fedeli, si è perso in parte quel senso di fascino e di mistero legato ad esempio all’utilizzo del latino, alla complessità dei cerimoniali, a una dimensione anche materiale della vita religiosa in cui erano inserite anche le reliquie. Però le reliquie sono ancora lì. E anche se spesso sembriamo quasi esserci dimenticati della loro esistenza, fatte salve alcune eccezioni di devozione popolare ancora attiva, penso ad esempio a Sant’Antonio di Padova o Padre Pio, va detto che le reliquie continuano a costituire una chiave interpretativa della storia dell’Occidente cristiano. Possiamo non credere nella loro autenticità, possiamo negare la loro valenza sacrale o il loro potere miracolistico, ma l’influsso che ebbero per costruire l’Europa così come è oggi è innegabile, e dobbiamo prenderne atto.

Particolare di una reliquia © Raffaello Bassotto, Reliquiae, 2015

A cosa stai lavorando ora?

Se tutto va bene sarà pubblicato a fine settembre un romanzo storico ambientato in due momenti: i giorni successivi al 24 ottobre del 1917, la cosiddetta “Rotta di Caporetto”, di cui ricorre il centenario questo autunno, e poi gli ultimi giorni del febbraio del 1931, quando i giornali italiani riportarono un fatto di cronaca: il cadavere di un ufficiale dell’esercito, luogotenente della Milizia Volontaria, venne trovato lungo la massicciata della linea ferroviaria Bologna – Firenze, poco lontano da Prato. Le indagini furono aperte alla mattina, e il fascicolo venne archiviato nel tardo pomeriggio del giorno stesso, affermando che si era trattato di un incidente: l’ufficiale aveva scambiato la porta del bagno nella carrozza con il portellone di uscita, ed era accidentalmente caduto fuori dal treno, morendo. Quell’incidente parve strano a più di qualcuno, già all’epoca. Tanto più che il cadavere apparteneva al generale Andrea Graziani, eroe pluridecorato della Grande Guerra nella memoria “ufficiale” del regime, ma noto nella fine del 1917 tra i soldati italiani con il soprannome di “boia” o “fucilatore”. Nel romanzo prendo spunto dalla morte di Graziani, e dalle indagini che seguirono, per riallacciarmi al racconto della “rotta”, del ripiegamento dall’Isonzo al Piave, che portò l’Italia sull’orlo della sconfitta e, da lì, alla vittoria nel 1918. Ovviamente Caporetto è una pagina già molto narrata e studiata, e il romanzo, in quanto romanzo, non ha la volontà di portare alla luce fatti nuovi. Piuttosto, il mio desiderio è quello di riportare l’attenzione, proprio in occasione del Centenario, su alcuni “problemi aperti” legati alla memoria del conflitto, su alcune zone d’ombra che forse varrebbe la pena rimettere al centro della discussione storica e, perché no, politica, per ricostruire una memoria condivisa della Grande Guerra. Parlo della complessità del rapporto tra ufficiali e truppa, parlo della tragedia, a volte mascherata da eroismo, dei “Ragazzi del 99”, parlo di alcuni eccessi di rigore registrati nell’esercito italiano, con fucilazioni sommarie e decimazioni, di cui proprio il generale Graziani è forse l’esempio più tristemente celebre. Tutto ciò senza dimenticarci della ricerca linguistica che tanto amo: nella parte del romanzo ambientata nel 1917 ho utilizzato il “gergo di trincea”, un codice particolare ed estremamente interessante, frammisto di termini dialettali, parole derivate dal tedesco o dall’inglese, deformazioni dall’italiano e altro ancora, con cui i soldati al fronte, provenienti da ogni parte del Regno, tentarono di comunicare tra di loro.

Allora non ci resta che dire: alla prossima intervista!

Libri di Paolo Malaguti: I mercanti di stampe proibite, Sul Grappa dopo la vittoria, Sillabario veneto. Viaggio sentimentale tra parole venete, Nuovo sillabario veneto. Alla ricerca dei veneti perduti.